Saturday, 12 March 2016

il giudizio più duro

Che chiedano a lui di giudicare una donna adultera non è poi fuoriluogo... in fin dei conti sarà lui a giudicare i vivi e i morti...

Eppure tace.
Solo, con il dito, scrive sulla sabbia
Cosa scrive? Il conto dei peccati della povera donna, in attesa del giudizio? 
Che se lo porti via il vento.

E lui la emette la sua sentenza, ma contro gli accusatori.
E non c'è giudizio più duro e più vero di quello fatto su se stessi.

Se ne vanno. Partendo dagli anziani, che ne hanno viste - e fatte - più degli altri.

Lei rimane, però. Forse in attesa del suo giudizio. Forse pentita. Forse impietrita. Forse offesa che lui non l'abbia difesa con gli artigli fuori.

Ma neppure lui la condanna.
"Va e non peccare più"

Nasce una vita nuova, e nasce dal perdono


Saturday, 5 March 2016

entrambi persi

La chiamiamo la parabola del figliol prodigo, quello che si è perso.

Ma in realtà si sono persi in due. Dovremmo chiamarla la parabola dei due fratelli persi


Uno si è perso lontano da casa. L'altro vicino a casa... ma anche lui lontano dal padre.


Verso la fine della parabola ci viene detto che il figlio maggiore si avvicina alla casa. Esatto: alla casa solo, non al padre. Non al suo modo sconsiderato di pensare, non alla sua misericordia imbarazzante, non alla sua compassione senza briglie.


E noi? Io e te? Dove ci poniamo? Forse anche noi facciamo fatica a salire quei due gradini che ci separano da nostro padre e da nostro fratello?





Cosa aspettiamo? Che paghi per i suoi errori? Che venga punito? 

Ma non abbiamo capito che il peccato  è già in se stesso punizione... lui che voleva riempirsi la pancia delle ghiande dei maiali perchè nessuno gli dava da mangiare....

Quanta fame ancora nel mondo. 

Fame di pane
Fame di Cristo
Fame di perdono

Tuesday, 1 March 2016

Gesù entra nel portafoglio e... (Lc 16)

(Ormegiovani, marzo 2016)


Quando un paio di mesi fa ho letto la notizia del report dell’Oxfam “Un’economia per l’1%”, non so se ha prevalso in me la rabbia, o l’indignazione, o la vergogna di appartenere a questa generazione. Il report sostiene che i 62 più ricchi del pianeta hanno tanto quanto il 50% povero della popolazione mondiale. Interessante che la famosa “crisi” non abbia diminuito, ma anzi aumentato, le finanze dei super-ricchi: per la maggior parte di persone nel pianeta la crisi è stata reale, mentre per qualcuno è stata un tempo di crescita. Lo stesso report suggerisce che una delle cose da cambiare sia la presenza dei paradisi fiscali, dove si nascondono 7,6 trigliardi di dollari. Il sistema sembra non solo “tollerare” gli esentasse e i conti che... non tornano, ma addirittura facilitarli. È un sistema di esclusione, dove chi sta in cima alla piramide economica non si interessa minimamente degli altri. A margine del report, Oxfam ha anche denunciato che l’1% più ricco è già arrivato a possedere tanto quanto il rimanente 99%. Non solo: questo dato assurdo è stato raggiunto già nel 2015, con un anno di anticipo rispetto alle previsioni. Viene da chiedersi se dopo questo dato ci siano altri record dell’inequalità da battere...

Questi dati sono difficili da descrivere. Non credo esista una parola che esprima la stupidità con cui le generazioni future vorranno condannare questo mondo in cui viviamo. Ci gloriamo di essere un mondo dove la democrazia e la conoscenza stiano avanzando, anche se a fatica. Ma siamo la prima civiltà liberale che abbia silenziosamente accettato un’economia che ricorda tanto i feudalismi e le oligarchie più ingiuste che la storia abbia conosciuto. In altre parole, se rispetto ai Sumeri e agli antichi Egizi abbiamo aumentato la rappresentatività di chi governa, dal punto di vista di distribuzione della ricchezza non abbiamo migliorato molto, anzi, forse abbiamo anche aumentato il divario. Altro che progresso umano!

A che serve vantarsi di essere arrivati all’egualianza dei diritti civili fra uomini e donne o fra bianchi e neri, quando l’ugualianza è solo fra i poveri e le persone che subiscono le decisioni di chi davvero conta? Ed è davvero democrazia, quella in cui vive l’Occidente, dove la scelta del presidente della nazione più ricca è dettata dalle sue capacità finanziarie? (Per inciso, un giorno gli Stati Uniti dovranno pur accorgersi che quello che loro chiamano lobbying in altri paesi si chiama corruzione...)

La mente corre alla trilogia fantascientifica di Suzanne Collins, The Hunger Games, che descrive una futura società post-apocalittica in cui la popolazione della ricca capitale organizza annualmente dei “giochi della fame” (da cui il titolo), un reality show in cui i partecipanti dei distretti poveri e rurali si ammazzano finchè non ne soppravvive solo uno. A leggere la serie, uno dovrebbe pensare che queste cose succedono solo nella fantascienza, e in quella tendente al pessimismo. Invece – nel mondo in cui viviamo – sembra che la realtà stia correndo in quella direzione.


Uno potrebbe porsi il problema “Ma io, sono fra i ricchi o fra i poveri?”. Moralmente, caro lettore, ci consola il fatto che nè chi sta scrivendo ne chi sta leggendo questo articolo facciano parte del’1%. Questo ci da l’autorizzazione a dire che la colpa è di qualcun altro. Ma dal punto di vista esistenziale, invece, il vero problema è che a entrambi noi due piacerebbe fare la vita dei nababbi, la “vita spericolata, di quelle che non dormi mai”. Consciamente o meno, siamo tutti ipnotizzati dallo stile di vita dei ricconi. Prova ne è il fatto che ci siamo abituati a non scandalizzarci che i budget di squadre di calcio superino quelli di governi africani. O che le rose di San Valentino vengano coltivate in Kenya e trasportate per via aerea. Non ci scomoda il fatto che la maggior parte del mondo viva già oggi la realtà degli Hunger Games. Gli esistenzialisti dicevano che “la morte è sempre la morte dell’altro”. Altrettanto per la fame: è sempre ‘la fame degli altri’ e finchè non tocca a me, ne posso parlare con un certo distacco. La generazione prima di noi, quella industriale, aveva già perso il senso della misura; ma la nostra ha perso il senso della vergogna.

Gesù nel portafoglio

Se proprio ci accorgiamo di quanto le cose non siano a posto, e se proprio ce ne sentiamo almeno un po’ in colpa, una delle cose che ci viene spontaneo fare è cercare di metterci la coscienza in pace. Apriamo il portafoglio, vediamo cosa c’è dentro, e diamo qualcosa ai poveri. Non dico che sia sbagliato, anzi: la Parola di Dio dice chiaramente che l’elemosina è un dono fatto a Dio stesso, e ci aiuta a ‘purificarci’ dai peccati. Infatti, liberarsi di qualcosa di materiale è sempre e comunque un gesto di libertà. Ma ben altra cosa è fare la carità con l’intenzione di sentirci buoni, ben altra cosa è vivere la carità. Una cosa è aprire il portafoglio, un’altra è aprire il cuore. Dare qualche soldo fa del bene, ma forse non mi trasforma tanto quanto prendermi del tempo per fare del bene, per accogliere, per incontrare.

Il vangelo di Luca torna spesso sull’uso dei beni. Il capitolo 16 si apre e si chiude con due parabole che per certi versi sembrano controbilanciarsi. All’inizio del capitolo troviamo la parabola di un cattivo amministratore che sperpera i beni del suo padrone per ingraziarsi qualche debitore prima di perdere il posto di lavoro. È una persona disonesta, e anche opportunista, ma se non altro è uno furbo e Gesù non manca di far notare che i figli di questo mondo – un’espressione per dire ‘i mondani’ – sono più scaltri e furbi degli uomini di religione, che invece a volte si fanno sopraffare dagli eventi. Alla fine del capitolo, invece, troviamo un’altra parabola in cui si parla di un riccone avaro e freddo che finisce all’inferno, da dove si accorge che il mendicante che stava davanti al portone di casa sua è beato in paradiso. Fra i dettagli interessanti di quest’ultima parabola c’è che il riccone muore senza che ci venga detto il suo nome, mentre del povero sappiamo che si chiama Lazzaro. Chi vive da solo muore da solo, senza che nessuno pronunci il suo nome, senza amici. Muore che è già morto da tempo, nel senso che la morte esistenziale lo coglie ben prima di quella biologica. Invece il povero, che almeno aveva qualche cane per amico, muore da vivo, e vive oltre la morte.

Di fronte ad una parabola come questa viene da chiedersi chi sia davvero ricco e chi sia povero. Economicamente, la ricchezza è presto intuibile dai vestiti che uno porta, dal modo in cui cammina e da come parla. Ma anche la ricchezza spirituale ha i suoi segni particolari: il sorriso, la serenità, la fiducia in Dio. Non mi capita di rado – qui in Sudan – di incontrare persone che vivono una vita dura: senza lavoro fisso, mangiando un pasto e mezzo al giorno, senza assicurazioni mediche e senza la capacità di leggere e conoscere il mondo come ho io. Da molti punti di vista la vita in cui si trovano è una vita che a me fa paura, che non desidererei. Eppure capita di trovare persone con una pace interiore e una serena confidenza in Dio che sinceramente mi disarmano. A me missionario non manca nulla: un tetto, tre pasti al giorno, acqua, corrente, medicine, macchina, telefono, ecc. Ma quanto avanti a me sono le mamme della nostra comunità cristiana, che si spaccano la schiena per mantenere i figli (magari anche da sole, se il marito non c’è più) e quando vengono in Chiesa fanno tremare le mura con i loro canti di gioia! Sono loro le testimoni della buona novella. Io al massimo faccio l’assistente. E piano piano mi lascio convincere dal loro stile di vita che Gesù non abita nel portafoglio, ma nel cuore: nelle relazioni, negli incontri fatti di volti, nomi, storie, esperienze condivise. Spero proprio che questa quaresima sia un tempo in cui non apriamo solo il portafoglio, ma anche il cuore. Cominciando da quella persona che mendica davanti al portone della nostra indifferenza.


Saturday, 27 February 2016

concime per il deserto

"Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo" (Lc 13)

A che vale essere stati liberati dalla schiavitù per poi morire nel deserto e diventarne concime? 

Eppure è quanto è successo a molti, come ci ricorda la seconda lettura di questa domenica. Liberati da Dio in modo prodigioso, ma si sono piano piano abituati alla straordinarietà della loro vita. Per finire ad essere concime per il deserto. (1Cor 10:6)

E' fin troppo triste che ci svegliamo dal torpore del nostro quotidiano solo quando siamo scossi dalle tragedie di chi ci sta accanto. Qualcuno ci lascia e allora - solo allora - apriamo gli occhi. 

Ma questa sveglia è un po' cara...

Non sarebbe meglio che imparassimo a vivere da vivi, da svegli?



dove?

Ho cercato la mia anima, ma non si è lasciata vedere
ho cercato il mio Dio, ma lui è misterioso
ho cercato il mio prossimo, e ho trovato tutti e tre


(William Blake)

Saturday, 20 February 2016

paure vere, speranze false



"Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare"
Appunto.
Questa domenica troviamo i tre discepoli di punta - Pietro, Giacomo e Giovanni - che quasi si addormentano di fronte a Gesù trasfigurato. Non perchè la luce stia accecando gli occhi, ma quel suo parlare della croce... 


E poi, quando la voce e la nube se ne vanno... fanno i generosi: "Facciamo tre tende, e rimaniamo qua". Sì, perchè di andare a morire, non ci interessa proprio.

Le paure che portiamo dentro sono forse la parte di noi che meno ascoltiamo. E forse quella che più di ogni altra ha qualcosa da dirci su chi possiamo essere.

Se solo imparassimo ad ascoltarla. Non a farci dominare da lei, ma semplicemente lasciare che ci parli. E poi buttarci con un po' meno buon senso, e più fede.

Saturday, 13 February 2016

i sussurri e la Parola

Cominciamo la quaresima, come sempre, ascoltando la pagina delle tentazioni.

C'è una differenza abissale fra i "sussurri" del demonio e la decisione di Gesù, la Parola fatta carne.


Il demonio per incastrarci usa sempre l'esca del vero... "Non è vero che...?" sono state le sue prime parole, in Genesi 3.
Il salmo 36 dice che l'empio nel suo stesso cuore si inganna mettendosi in ascolto del peccato che gli parla.
San Paolo, che ammette di avere anche lui le sue tentazioni, dice di quella vocina che spesso ci parla e ci dice: "tutto mi è lecito" (1Cor 6,12)
Vero verissimo. "Ma non tutto giova". "Tutto mi é lecito, ma non mi farò dominare da nulla". 
Quante volte ci siamo trovati a seguire una catena infinita di piccole giustificazioni, per poi accorgerci un giorno, che abbiamo fatto del male a noi stessi e a quelli che ci stanno vicino?

Ecco il senso della quaresima e del digiuno.
Digiuno non è mettersi a dieta dal male. Rinunciare a ciò che ci fa male.
Digiuno è rinunciare anche a ciò che ci è lecito, ma che forse non ci porta al bene più grande.

"Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia"
(Mt 6,33)

Buona quaresima a tutti!!!


Monday, 1 February 2016

La gioia anche sul Golgota (Lc 23,26-56; 24,1-6)

(inserto di Ormegiovani, febbraio 2016)

Nelle situazioni estreme viene fuori quello che ognuno si porta dentro. Quando la violenza e la paura sono forti e la morte incombe minacciosa, non ci sono spazi per i meccanismi di difesa, non c’è tempo per le parole di convenienza, per le maschere, per le finte. L’urgenza ci spoglia delle nostre falsità e rivela quello che siamo sempre stati. Quello che abbiamo coltivato nel fondo del nostro cuore da anni, e che abbiamo fatto tacere per così tanto tempo di cui – a volte – noi stessi ci siamo scordati.

La passione di Gesù non è stata un’eccezione a questo. Mentre molti, sia fra i suoi seguaci che fra i suoi nemici, si aspettavano miracoli e colpi di scena, Gesù si è lasciato ammazzare. Spogliato, malmenato, inchiodato, deriso, offeso, muore una morte ignominiosa. Vergognosa. Muore da maledetto, e la scena deve essere stata così deplorevole da suscitare, in chi guardava, quel senso di ripugnanza che porta a dire: “Se la dev’essere cercata, e adesso la paga!” Infatti, a volte succede che impariamo ad odiare le persone che non ci piacciono. Anche se in un primo momento abbiamo visto in loro le vittime, c’è un momento in cui il disprezzo diventa odio, e allora giustifichiamo nella nostra mente fredda e senza spirito l’atrocità che si sta consumando di fronte a noi. Succede quando diventiamo indifferenti alla guerra, quando impariamo a tirare dritto di fronte a chi soffre, quando ci prendiamo persino il lusso di essere cinici sul dolore di altri. Come quando a scuola il maestro pensa che l’alunno poco brillante sia necessarimente cattivo.

Eppure il racconto della morte di Gesù non è l’ultima parola. La disperazione e la paura non sono invincibili, ma nel mezzo del buio stesso brilla una luce di vita, una fiammella tenue e delicata che finisce per travolgere tutti.

Vince la vita nel silenzioso aiuto del Cireneo. Mi ha sempre interessato questa figura, che a quanto ne so non è mai salita agli onori degli altari. I vangeli non ci dicono se Simone dopo essersi caricato di quella croce di malavoglia (costretto dai soldati) si sia accorto del privilegio che aveva ad accompagnare il salvatore del mondo. Ma nel silenzio di Simone di Cirene si coglie la silenziosa fede di molti che non parlano e non fanno parlare di se, eppure sono degli eroi. Qui in Sudan, ma ovunque nel mondo, se ne incontrano molti: persone semplici che senza suonare la tromba portano avanti la vita dei loro figli e dei loro cari. E che trovano la forza di sorridere.

Vince la vita nel ladrone che appeso alla croce si affida alla misericordia di Gesù. “Ricordati di me”. Forse il dolore di tanti che finiscono in prigione o ai margini della società sta nel fatto che nessuno si ricordi di loro: nessuno li porta nel cuore. Allora lo sguardo compassionevole, e la promessa di un posto in paradiso, sono la vittoria della vita. Prima ancora che la morte venga a presentare il conto. Bellissimo che Gesù non dice con paternalismo “ti porto in Paradiso”, ma riconosce con franchezza “sarai con me in Paradiso”. Il ladrone il percorso l’ha già fatto. Come aveva già detto il maestro “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti...” Chi ha l’umiltà di riconoscersi peccatore si scopre figlio amato prima di quanto si aspetti.

Vince la vita nel perdono di Gesù per chi lo sta appendendo alla croce: “perdonali, perchè non sanno quello che fanno”. Anche questo perdono, come il silenzio del Cireneo, di solito non fa notizia, ma è molto più diffuso di quanto osiamo sperare. È perdono e allo stesso tempo riconoscimento di una comune appartenenza, opposta alla logica del “noi e loro”. Spesso ci lasciamo ipnotizzare dal manicheismo dei film americani, e crediamo che il mondo sia fatto di buoni e cattivi. Ci fa comodo pensare che i cattivi siano sempre gli altri, e puntiamo il dito contro di loro. La preghiera di Gesù “perdonali perchè non sanno quello che fanno” è una confessione collettiva: “questi miei fratelli non hanno conosciuto il tuo nome, il tuo amore. Non sono loro a compiere questo male, perchè non sono mai arrivati in fondo ad essere loro stessi, ad essere immagine tua.” La stessa compassione e fratellanza la sperimentarono molti martiri dei tempi antichi e dei nostri giorni, come anche il vescovo Oscar Romero, che chiamava fratelli quegli stessi militari che poi lo hanno ucciso. O come i monaci di Tibhirine, che pregavano per quegli stessi terroristi che vennero poi a togliere loro la vita. Abele che fino all’ultimo momento vede in Caino suo fratello.


Vince la vita in Gesù che è in pace con la morte. “Nelle tue mani, o Padre, consegno il mio spirito”. Laudato sii per sorella morte corporale è l’ultimo verso di una vita vissuta in pienezza: senza rimorsi, senza lamentele, senza attaccamenti a cose o persone comunque destinate a passare. È il culmine della libertà. E così, quasi beffardamente, l’uomo appeso ad un legno con tre chiodi, l’uomo che volevano uccidere come un cane, muore da uomo libero. Più libero di chiunque altro fra gli astanti. Ai nostri giorni è passata di moda l’abitudine di pregare per una buona morte: purtroppo siamo così disperati di fronte alla morte che l’abbiamo bandita dai nostri discorsi. E così abbiamo dimenticato come viverla; ora la subiamo solamente. Quanto bene ci farebbe, invece, chiederci cosa quel penultimo passo rivelerà del nostro essere. Ho sempre ammirato quell’atteggiamento di gratitudine per la vita che caratterizza la spiritualità di quasi tutti gli africani che ho incontrato, in Kenya prima e ora in Sudan. Molto spesso, se non sempre, la preghiera inizia con un grazie per il dono della vita. Questo mi ricorda che nulla va preso per scontato, ma ogni giorno è un miracolo. Nel mondo economicamente ricco arriviamo a questa consapevolezza solo quando la malattia o l’età ci costringono a letto: che peccato non aver aperto gli occhi prima. E allora sì che rischiamo di andarcene con tanti rimorsi.


Vince la vita nell’attaccamento delle donne che si recano al sepolcro, forse loro stesse senza sapere perchè. La loro non è semplice devozione: è amore, attaccamento come ad un figlio unico, come ad uno sposo. Nella loro determinazione silenziosa (di nuovo, il silenzio!) stanno per scrivere la pagina di storia che cambierà tutte le altre pagine. Diventano testimoni della vita che ha vinto la morte. Sono loro la prima candela di un passamano di fiammelle che arriverà ovunque. Non è un caso che siano loro, le donne, a fare da apripista della speranza. Abituate a sopportare, a trovare il modo di andare avanti in un mondo fatto di soprusi e capricci da parte degli uomini, sono esperte della sopravvivenza, del vivere sopra. Vivere oltre. E allora la gioia vera ricomincia dalla luce della vita, che vince.

Sunday, 10 January 2016

Battesimo a chi?

Scende nel fiume la sorgente della vita
A farsi battezzare colui che è senza peccato
Sul creatore del cielo si aprono i cieli
E sulla Parola risuona la voce

“Tu sei mio figlio, amato”

Non ha bisogno di essere lavato
colui che toglie il peccato del mondo
Nè di essere adottato, colui che è già il Figlio
Eppure scende, si immerge, il capo
Perchè il corpo lo segua

Avrebbe potuto puntare il dito
E condannarci
Ma il nuovo Abele vede in noi Caini
Fratelli


Così scende nel fiume la sorgente della Vita

Saturday, 2 January 2016

Fatti furbo: scegli la gioia! (Lc 6,20-35)

(Ormegiovani, gennaio 2016)

Poche pagine del vangelo hanno la profondità della pagina delle beatitudini. Poche pagine raccolgono in così poche parole un messaggio che è allo stesso tempo profondissimo ed amplissimo. Profondo perchè penetra l’essenza stessa di Gesù, è come il suo autoritratto, la sua carta d’identità – ed allo stesso tempo è un viaggio nella profondità dell’umano, questo animaletto senza pelo che soffre la fame, il freddo e la paura, eppure è stato coronato del privilegio di essere l’immagine per eccellenza del Creatore dell’universo. Amplissimo, perchè è un messaggio che raggiunge uomini e donne di ogni tempo e spazio, al di là delle appartenenze di confessione, di religione, di lingua, colore, continente. È una proposta per tutti.

Siamo abituati ad immaginare Gesù che proclama le beatitudini con il mento alto e lo sguardo solenne, perso nell’orizzonte. Come se parlasse a se stesso. A dire il vero, ci immaginiamo che Gesù sia sempre così. Come un avvocato perennemente in modalità “arringa finale”. Mi piace pensare – invece – ad un Gesù che a volte sorride, parla sottovoce, magari balbetta anche, quando alla ricerca della parola giusta. E del resto, se gli evangelisti le hanno trascritte con così tanta concordanza, le sue parole, vorrà pur dire che erano state scelte con cura – e avevano colpito chi le ascoltava.

Peggio di così...
La pagine delle beatitudini secondo me non fa eccezione. A volte mi chiedo se Gesù non voglia giocare su una certa ironia popolare. Beato chi è già in fondo, perchè dal fondo non può che risalire... Non fraintendetemi, non parlo di cinismo, ma di sano realismo dei semplici. La vita è una ruota, e chi sta già in fondo ha la consolazione – umanissima – di aspettare il suo turno. E viceversa, a chi oggi se la ride toccherà prima o poi di dover stringere i denti e piangere. Fin qui arrivava la saggezza popolare.

Ma Gesù va ad un livello più profondo. Le Beatitudini di cui parla lui non sono un aspettare passivo che la sorte cambi. La felicità di Gesù non è questione di statistica, o di “destino”. La felicità di Gesù è una scelta. E lo capiamo da quel “voi”. A differenza di Matteo, Luca specifica chiaramente i destinatari delle Beatitudini: i discepoli. Coloro che hanno scelto – o meglio – coloro che ogni giorno scelgono di seguirlo. Loro sono diventati poveri per scelta, ma con la loro povertà arricchiscono il mondo (2Cor 6,10). Loro hanno fame oggi, e saranno saziati nel raccogliere il frutto che già è pronto (Gv 4,34-38). Loro oggi piangono, ma a loro verranno terse le lacrime, come annuncia il salvatore (Ap 21,4). Loro oggi vengono perseguitati, ma il maestro promette loro la vittoria finale (Gv 14,25).

Attaccati a cosa?
La lista dei “guai a voi”, allora, non sembra più un’aggiunta tanto per controbilanciare l’eccessivo ottimismo delle beatitudini. Serve invece a commentarle, a spiegare a chi non ha fatto la sua scelta cosa lo attende. A chi non ha scelto perchè attaccato alle sue sicurezze, il maestro ricorda che queste non durano che un pò di tempo. Tutte – senza eccezione – sono destinate a passare: i soldi, la comodità, il successo, addirittura la buona reputazione. Qualcuno un giorno mi ha detto che nella vita o facciamo delle scelte o facciamo delle fughe. La “non-scelta” è fuga, è chiudersi in un vicolo cieco.
Mentre scrivo queste righe, sento in me la tentazione di scrivere che i poveri ci insegnano la gioia, che chi vive nella miseria materiale è ricco umanamente e spiritualmente. Personalmente, come missionario, mi son sempre guardato da certe riduzioni semplicistiche che continuano a dividere il mondo in buoni e cattivi, dove i materialmente poveri sono i buoni che aiutano noi cosiddetti ricchi del nord del mondo a sentirici in colpa – così da redimerci dopo aver tirato fuori qualcosa di materiale. Dividere il mondo in due non è certo dar ragione alla verità. La verità è che essere materialmente poveri è duro e fa male. E avere la pancia piena piace a tutti. Dice un proverbio sudanese “Il pane è il sogno del povero”.

Le Beatitudini non ci dicono chi sono i buoni e chi i cattivi. Non ci dicono chi siamo, ma ci chiedono chi vogliamo essere. Vogliamo essere attaccati alle cose e diventarne schiavi? Papa Francesco ci ricorda che Gesù non condanna il denaro ma l’attaccamento al denaro, nel nome del quale famiglie si dividono, amici si separano, popoli fratelli si fanno la guerra. Oppure facciamo la scelta di essere liberi. Liberi di farci scomodare da chi bussa alla nostra porta. Liberi di lasciare andare le nostre ragioni, i nostri progetti. Liberi di essere anche malcompresi, se non direttamente offesi e ridicolizzati per le nostre scelte.

A testa alta
Gesù invita i suoi a delle scelte dure, che richiedono tanta determinazione e lucidità. Amare i propri nemici non è cosa da poco, ma è estremamente liberante. Libera me e il mio nemico dalla logica che lui mi voleva imporre. Lui voleva la guerra? E io gli rispondo invitandolo a dialogare. Lui voleva togliermi la dignità di un saluto, voleva picchiarmi? E io gli porgo la guancia in segno di affetto. “Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” altro non è che l’antenato della famosa frase di Ghandi “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Purtroppo di questo tempo i media ci stanno convincendo della necessità della guerra, e allora rispondiamo alle bombe con bombe. Ma questa strada non ci porta lontano. Non è una scelta, ma una fuga. Fuga dalle nostre responsabilità. Abbiamo lasciato che il terrorismo attecchisse sul terreno dell’ignoranza – unico vero oppio dei popoli. E adesso vogliamo far tabula rasa, cancellare tutto, anche i nostri fratelli e sorelle. Come stessimo giocando ad un videogioco. La pace va costruita, anzi, seminata e curata con la pazienza del contadino. Non si impone. O la scegliamo insieme, oppure è un’altra finzione.



A noi oggi la scelta: seminare bombe, sapendo che frutti ne raccoglieremo, oppure cominciare un cammino di libertà? Speriamo di fare la scelta più furba!