Saturday, 21 May 2016
Saturday, 14 May 2016
pentecoste
Vieni Spirito Santo!
Tu sei fuoco di passione
vieni nei nostrii corpi morti incapaci di muoversi, di fare il primo passo
Tu sei sorgente d'acqua fresca, dolce
irrora i nostri cuori aridi di disperazione, di mancanza di senso, di paura
Tu sei vento potente
scuotici dal torpore dell'inidifferenza e sciogli le nostre tante lingue che sono mute quando dovrebbero parlare e che invece fanno tanto baccano quando dovrebbero ascoltare. Ascoltare te.
Vieni, vieni, vieni
Tu sei fuoco di passione
vieni nei nostrii corpi morti incapaci di muoversi, di fare il primo passo
Tu sei sorgente d'acqua fresca, dolce
irrora i nostri cuori aridi di disperazione, di mancanza di senso, di paura
Tu sei vento potente
scuotici dal torpore dell'inidifferenza e sciogli le nostre tante lingue che sono mute quando dovrebbero parlare e che invece fanno tanto baccano quando dovrebbero ascoltare. Ascoltare te.
Vieni, vieni, vieni
Sunday, 1 May 2016
"prendi il largo" (Lc 5,1-11)
(Ormegiovani maggio 2016)
Sembra che Luca
sia l’unico evangelista a parlare di un “lago”. Gli altri evangelisti parlano
sempre del “mare” di Galilea. E in effetti l’antico testamento non conosce due
parole diverse, ma chiama mare entrambi. La cosa è curiosa perchè anche in
arabo i due termini si confondono, soprattutto nell’arabo parlato. Forse è
proprio di chi vive nell’arido Medio-Oriente il non far tanta distinzione fra
la massa di acqua salata e quella d’acqua dolce. Per il popolo di YHWH il mare
è sempre stato un simbolo di morte, di pericolo. Qualcosa di incontrollabile e
misteriosamente forte, nel cui ventre si celano mostri più o meno fantasiosi. Nel
migliore dei casi, il Mar Rosso si rivelò salvezza per il poplo d’Israele, ma
morte per il faraone e il suo esercito. Una salvezza terrificante, piena di
tuoni e lampi, tumultuosa.
Il lago, per noi
comboniani, è invece un luogo che significa casa: abbiamo sempre
in mente il giovane Daniele Comboni che dal Lago di Garda è partito, un giorno,
per un viaggio senza ritorno. Non parlo di quello fisico, perchè da quello è
tornato diverse volte; ma il viaggio della missione, quello sì che non lo ha
fatto tornare più, perchè è stato un viaggio che lo ha cambiato. Il turista
parte per tornare più colto. L’espolartore parte per tornare ‘realizzato’.
L’apostolo parte, ma non torna mai.
Tutto è cominciato con quella notte di fatica in vano. I
pescatori avevano ancora l’amaro in bocca, chissà che commenti si stavano
scambiando, e chissà che sguardi, quando questo novello predicatore si è
presentato a loro con la richiesta di andare al largo... Mi par quasi si
sentire le parole di uno dei pescatori...
“Ma come si permette, questo? Abbiamo faticato tutta
notte, e adesso sul più bello che ci siamo messi a ripulire le reti, e magari
anche a metterci il cuore in pace e a riposare la schiena e le braccia dalla
sfaticata, viene questo e ci dice di scostare la barca, perchè lui deve
parlare? Ma chi si crede?”
Ed effettivamente quante volte sentiamo che il Signore
bussa alla nostra porta proprio quando abbiamo bisogno di riposo. Crediamo di
esserci meritati una pausa, e invece, ecco che incalza una nuova chiamata. La missione
non va in vacanza. Come l’amico inopportuno che ti sveglia di notte...
Ma la generosità dei pescatori sembra aver la meglio, e
così accontentano questo strano personaggio che deve parlare alla gente. Del
resto, se la folla è così tanta da stringersigli attorno di buon mattino e in
riva al lago, evidentemente avrà qualcosa di interessante da dire.
Ed è così che aprono la porta ad un ospite che poi non
avrebbero mai più mandato via. Da quel giorno niente fu più lo stesso, e alla
fine arrivarono a capire di essere loro stessi gli ospiti. Ospiti della loro
stessa vita, fatta di pezze di una vita antica, vecchia, stantia. Una vita di
altri, che stavano subendo. Una vita scritta dai dottori della legge e dalle
tradizioni. Stranieri a se stessi nelle loro stesse abitudini, nel tran tran
del vivere senza alzare la testa al futuro. Come se la loro vita fosse davvero
un mare, ma un mare morto, come quello a sud, quello dove niente vive: un mare
morto in mezzo ad un deserto arido. Quanta sete.
La cosa strana è che quel discorso di Gesù, quel mattino,
non ci è mai stato riportato. Luca non si cura di trascriverlo. Forse i
discepoli stessi non gliel’hanno mai raccontato. Perchè l’importante non è “cosa”
diceva il maestro. Era il come. Il come era il messaggio. Luca ci fa lo stesso
scherzo nella pagina di Emmaus, dove ci dice che ai due discepoli il Risorto
spiega tutto... e questa spiegazione totale viene saltata a piè pari. Il vangelo
fa come Gesù: non ci regala risposte, ma ci tormenta con domande.
Per i pescatori novelli assistenti tecnici di Gesù il
discoro comincia quando per gli altri finisce. “Adesso andate al largo e calate
le reti per la pesca”. Cosa?! Ma questo cosa vuole da noi? Eppure,
straordinariamente, ancora una volta la generosità di Simone vince sul
buonsenso. Che nemico il buonsenso. Con il buonsenso ci costruiamo mura, ci
separiamo, ci difendiamo, fino al giorno in cui ci accorgiamo di aver creato il
nostro stesso ghetto, la nostra prigione, la nostra tomba. Con il buonsenso ci
limitiamo alla nostra “comfort zone”, il nostro orticello, le nostre abitudini.
E poi abbiamo il coraggio di lamentarci che Dio non si fa senitire. Se
chiudiamo occhi e orecchie, come fa lui? Deve buttare giù la porta?
C’è più sapienza nella disarmata semplicità dei pescatori
che nelle sofisticate speculaizioni dei dottori della legge. I poveri ci
insegnano la fede perchè la fede è una cosa semplice: è un affidamento, non una
lista di dogmi. E la sapienza sta nel sapersi affidare, sapersi far condurre,
più che nel pretendere di avere noi stessi in mano il timone della nostra
storia, personale e comunitaria.
E se Simone si fa prendere dall’entusiasmo (nel suo
piccolo, è un romantico, un sognatore, questo burbero pescatore di Cafarnao),
gli altri ubbidiscono solo in nome dell’amicizia. “Se il mio compagno di
pesca dice di si, perchè tirarmi indietro? Facciamo anche questa seconda
sfaticata... al massimo gliela metteremo in conto più tardi, a quel testone di
Simone!” Di nuovo, è la semplicità che vince sul calcolo. E quanto è
importante avere modelli giusti – siano personaggi
famosi o amici – persone che ti fanno fa quello che da solo non avresti mai il
coraggio di fare. Senza di loro, quante occasioni perse!
Vanno i pescatori, con il loro nuovo capo, gettano le
reti, e accade l’impossibile. Sembrano esserci più pesci nelle loro reti di
quanti ne abbiano visti in anni. Cos’è mai tutto questo?
“Simone, immancabile, aggiunge un altro po’ di teatro (non
parla mai normalmente, questo; lui deve sempre uscirsene con una scena delle sue).
“Allontanati da me, che sono peccatore?”. Ma allora si è bevuto il cervello,
Simone! Abbiamo trovato il modo di fare soldi a palate, senza fatica, e lo
manda via? In nome di che?”
Ma non c’è tempo di dare una gomitata a Simone per la sua
– ennesima – gaffe che anche Gesù controbatte con un’uscita non da poco: “non
temere, da oggi sarai pescatore di uomini”. “Come, adesso che abbiamo
imparato a pescare pesci, cambiamo mestiere? No, il sole deve avermi fatto
male, oggi... son troppo stanco, forse sto facendo un sogno, mentre Gesù sta
ancora predicando alla marmaglia...”
“Ed invece no. Tutto vero. Tutto stranamente vero. Mi ci
vorranno anni per scoprilo, ma alla fine l’ho visto. Ho visto che Gesù mi
chiamava ad uscire dallo stretto recinto delle cose che credevo di conoscere.
Mi ha invitato a saltare il muro del mio ghetto. A rischiare. A prendere il
largo. E mi ha mostrato che il successo nel lavoro non era poi quello di cui
abbiamo bisogno. Anzi – a volte – la cosa peggiore che possa succedere ad uno è
che si avverino tutte le sue aspirazioni, perchè quel giorno potrebbe
accorgersi che non ne ha altre. Che non ha altri sogni per cui continuare a
vivere. “Prendi il largo” significa sogna in grande. E sognare in grande non
vuol dire sognare una cosa grande. Vuol dire sognare al di là del
buonsenso, al di là del lecito, del conveniente, del convenzionale.”
A volte ci
chiediamo il segreto di come si faccia a trovare la gioia... ma cosa abbiamo
intenzione di fare, il giorno che fosse la gioia a bussare alla nostra porta?
Saturday, 30 April 2016
se imparassimo dalla palma...
"Vi lascio pace, vi do la mia pace"
Gesù ci lascia la pace. Ce la affida. Sembra quasi abbandonarla, nel lasciarla nelle mani di un gruppo si persone così piene di belle parole ma così codarde e opportuniste come i discepoli. Eppure, con follia divina, ce la affida.
Ne siamo responsabili, custodi.
E allo stesso tempo ci dona la SUA pace. Non come quella del mondo, la sua è tutta un'altra musica.
La pace del mondo la si fa con i cannoni, dopo che tutti - a partire dai poveri - ci hanno rimesso. Le più grandi paci sono state firmate dopo le più pesanti bombe.
E' una pace falsa, quella del mondo, coperta di violenza, e che sa di paura. Non è una pace figlia del dialogo, del rispetto, della fiducia (scusate il parolone!).
Se solo imparassimo dalla palma. Le lanci contro un sasso, e lei ti risponde con un frutto dolce...
Gesù ci lascia la pace. Ce la affida. Sembra quasi abbandonarla, nel lasciarla nelle mani di un gruppo si persone così piene di belle parole ma così codarde e opportuniste come i discepoli. Eppure, con follia divina, ce la affida.
Ne siamo responsabili, custodi.
E allo stesso tempo ci dona la SUA pace. Non come quella del mondo, la sua è tutta un'altra musica.
La pace del mondo la si fa con i cannoni, dopo che tutti - a partire dai poveri - ci hanno rimesso. Le più grandi paci sono state firmate dopo le più pesanti bombe.
E' una pace falsa, quella del mondo, coperta di violenza, e che sa di paura. Non è una pace figlia del dialogo, del rispetto, della fiducia (scusate il parolone!).
Se solo imparassimo dalla palma. Le lanci contro un sasso, e lei ti risponde con un frutto dolce...
Sunday, 24 April 2016
se avete amore
"Il mondo saprà che siete miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri"
C'era una volta un re in un Paese lontano, che voleva invitare tutti i suoi sudditi al matrimonio di suo figlio. Li invitò tutti, ma ad una condizione: lui avrebbe fatto preparare le vivande, ma ognuno avrebbe dovuto portare un po' di vino, per condividerlo con gli altri. Avrebbe fatto mettere un enorme barile nel centro della piazza, in cui ogni invitato avrebbe versato il suo, così che ci fosse vino per tutti.
Un suddito che era piuttosto avaro pensò di andare al matrimonio senza portare vino. "Porterò un po' d'acqua. Nessuno si accorgerà della differenza, visto che siamo così in tanti a versare in quel barile"
Venne il giorno del matrimonio, e il barile perchè la gente condividesse il vino fu messo al centro della piazza. Ognuno vi versò quello che aveva portato da casa. Anche l'uomo avaro andò, e - premurandosi di non essere visto dagli altri - versò dalla sua fiaschetta l'acqua che aveva portato.
Quando venne l'ora di aprire il barile perchè tutti bevessero, dal barile venne fuori solo acqua.
L'amore di cui ci parla Gesù nel vangelo è fare il primo passo. Tante volte il nostro amore ce lo teniamo. Vogliamo sinceramente bene agli altri, ma semplicemente attendiamo che siano loro a fare il primo passo.
"Se avete amore gli uni per gli altri..."
L'amore è una risorsa da sfruttare
un tesoro da aprire
non da chiudere in cassaforte
C'era una volta un re in un Paese lontano, che voleva invitare tutti i suoi sudditi al matrimonio di suo figlio. Li invitò tutti, ma ad una condizione: lui avrebbe fatto preparare le vivande, ma ognuno avrebbe dovuto portare un po' di vino, per condividerlo con gli altri. Avrebbe fatto mettere un enorme barile nel centro della piazza, in cui ogni invitato avrebbe versato il suo, così che ci fosse vino per tutti.
Un suddito che era piuttosto avaro pensò di andare al matrimonio senza portare vino. "Porterò un po' d'acqua. Nessuno si accorgerà della differenza, visto che siamo così in tanti a versare in quel barile"
Venne il giorno del matrimonio, e il barile perchè la gente condividesse il vino fu messo al centro della piazza. Ognuno vi versò quello che aveva portato da casa. Anche l'uomo avaro andò, e - premurandosi di non essere visto dagli altri - versò dalla sua fiaschetta l'acqua che aveva portato.
Quando venne l'ora di aprire il barile perchè tutti bevessero, dal barile venne fuori solo acqua.
L'amore di cui ci parla Gesù nel vangelo è fare il primo passo. Tante volte il nostro amore ce lo teniamo. Vogliamo sinceramente bene agli altri, ma semplicemente attendiamo che siano loro a fare il primo passo.
"Se avete amore gli uni per gli altri..."
L'amore è una risorsa da sfruttare
un tesoro da aprire
non da chiudere in cassaforte
Saturday, 9 April 2016
la domanda più difficile
Gesù pone una domanda
A Simone, non a Pietro, perchè è Simone che lo ha tradito
Gli pone la domanda più difficile
La domanda che tutti pongono ovunque e da sempre
"Mi ami?"
Perchè l'amore non è un sentimento
E' una scelta, un impegno, una promessa, un patto
Sei pronto ad amarmi?
Se sì, allora, sei pronto a prenderti cura delle mie pecore?
Perchè l'amore non è chiuderci fra noi due
Ma aprirci al mondo intero
(Gv 21:1-19)
Saturday, 2 April 2016
dita e mani
"Metti qui il dito e vedi la mia mano, metti qui la mano e vedi il mio fianco"
Vieni, allunga il dito della tua ricerca, forse affannata e impacciata, ma sincera
Tocca la mia mano, che per te ha creato l'universo, e lo ha ri-creato il giorno che sono morto per te, innocente che s'offriva per un branco di codardi e di meschini
Vieni, allunga la mano con la quale lavori, parli, saluti, incontri
Senti il mio cuore, che ancora è caldo di vita
Ancora vivo
La fede è un cammino fatto a tappe
Bellissimo che sia il Signore stesso a prendere la mano di Tommaso, per guidarlo
E lui sembra non guardare più con gli occhi. I suoi occhi neri sono persi. Forse guardano oltre. Forse più che guardare, si sente visto.
Forse la fede è smetterla di crederci protagonisti, e arrenderci alla sua mano
Friday, 1 April 2016
Gioia fuori programma (Lc 10,25-37)
(inserto Ormegiovani, Nigrizia Aprile)
Dopo che Gesù si
commuove per la grandezza della fede dei semplici, gli si presenta un dottore
della legge, uno che di semplice ha poco. E gli pone una domanda strana:
“Maestro, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” La parola
“ereditare” ricorda tanto il famoso giovane ricco che vede la vita eterna come
un’altra proprietà di cui impossessarsi (nel vangelo di Luca, appare in 18,18).
Ed effettivamente, molte volte vorremmo comprarci il paradiso, se non la
misericordia stessa di Dio, con le nostre buone opere. Come se la religione
fosse un mercato. Do ut des. Ti do le mie preghiere, i miei digiuni, le
mie messe domenicali, e tu mi dai il paradiso – preferibilmente la prima rata
me la dai già in questa vita (non si sa mai).
Da questo punto
di vista, non c’è grande distinzione fra cristiani, musulmani, atei o che altro.
L’idea che il bene possa essere comprato, che sia un diritto acquisito o
acquisibile è un’idea molto umana, da antico testamento, e che ci portiamo
dentro tutti. Più che un’idea, forse è una tentazione. Una voce che dovremmo
imparare a sentire e a rigettare.
Gesù non si
scandalizza del materialismo spirituale del sapientone che gli sta di
fronte. Come al suo solito, rilancia con una domanda: “che cosa leggi nella
legge?”. E qui il dottore della legge si dimostra almeno un passo più in avanti
del giovane ricco. Mentre il giovane ricco farà un elenco dei comandamenti,
questo dottore della legge ha trovato il riassunto della legge: i due comandamenti.
Amerai Dio con tutto il tuo cuore (che nell’antropologia del tempo non
significava i sentimenti come per noi, ma le scelte), con tutta la tua anima,
con tutte le tue forze e con tutta la tua mente. E amerai il tuo prossimo con
lo stesso amore che hai per te stesso, ovvero: farai agli altri quello che tu
stesso vorresti che loro ti facessero. Una sintesi stupenda, che merita un
applauso. Altrove nei vangeli è solo Gesù a fare una sintesi tanto breve e
tanto densa. Pertanto non c’è da meravigliarsi se Gesù gli risponde “Fa questo
e vivrai”.
Fai questo e
vivrai. Non ‘erediterai’,
ma vivrai. Da oggi e per sempre, anche se la vita eterna non è una vita “più
lunga”, ma una vita più profonda. Che può cominciare oggi, qui. Anche il libro
della legge lo aveva detto: chi metterà in pratica questi comandi troverà la
vita (Lev 18,5). Il salmo 1 e i profeti avevano pure parlato della legge come
di una sorgente d’acqua. E chi ci vive accanto è come albero piantato sulla
riva del fiume. Quanto fanno bene le regole. Forse ce ne siamo dimenticati, ma
ci fanno bene. Nipoti di un mondo dove le regole erano forse troppe e applicate
con troppo rigore, siamo un po’ allergici alla legge. Ne sentiamo il peso, ma
non ne riconosciamo la forza. Eppure alcune leggi fondamentali sono come il
motore per una macchina: pesanti, sì, ma come andare avanti senza?
Al dottore della
legge, che la teoria l’ha capita tutta, non manca il modo di cercare un cavillo
da cui uscire. Sente di essersi messo in trappola con le sue stesse mani. Ha
quasi l’impressione che questo amore che ha nominato due volte possa chiedergli
cose imbarazzanti, compromettenti. E allora spinge il maniglione sulla porta di
sicurezza, e cerca di uscire dal retro. Chiede: chi è il mio prossimo?
Amare vuol dire
non avere altro in mente che, lasciarsi ossessionare, non darsi pace. È
sconfitta, non vittoria. È essere catturati-espugnati, non far
violenza-possedere. Quando ai parenti di Gesù arriva la voce che il loro figlio
è “fuori di se’”, non arriva solo un pettegolezzo, ma – ironicamente – una
descrizione molto azzeccata del messia. Lui è uno fuori, “in uscita”, per dirlo
con il linguaggio di papa Francesco. È un messia che non ha tempo per guardarsi
nell’ombelico, perchè i suoi occhi sono altrove. In avanti. Con compassione.
Quella compassione
che manca al sacerdote del tempio. Educato e formato ai doveri e alla legge, e
alla necessità della sua purezza rituale, non perde il suo tempo ad essere
umano. No, lui è sopra gli uomini: è mediatore della santità, non può lasciarsi
immischiare in questioni contingenti. Facilmente vediamo in questa figura la
mediocre burocrazia e finta spiritualità di molti preti e religiosi – anche
missionari. E giustamente. Niente di più lontano dalla loro vocazione alla
paternità/maternità spirituale. Ma questo stesso distacco in nome della purezza
è purtroppo ben più diffuso di quanto ci concediamo di credere. Infatti, ogni
volta che puntiamo il dito sugli altri per sentirci superiori, ogni volta che
mettiamo i nostri ideali prima della storia dei nostri fratelli e sorelle,
siamo operatori di una delle forme più gravi di violenza: l’indifferenza.
Peggio dell’indifferenza viene solo il cinismo, perchè se l’indifferenza è
spegnere il cervello, il cinismo è usarlo per mettere la gente sotto il tappeto
del nostro senso di superiorità.
Anche il levita
ha un cuore freddo, che non ha tempo per gli imprevisti. Anche lui preso
dal suo lavoro, schiavo delle mete che lui stesso si è posto. Anche lui non ha
ancora incontrato Dio Padre, ma crede in un dio padrone, e crede anche che le
esigenze rituali del suo ministero vengano prima della misericordia.
“Misericordia io voglio, non sacrificio”, dice uno dei ritornelli profetici più
amati da Gesù. Ma a quanto pare, fa comodo nascondersi sotto la coperta del “ho
fatto il mio dovere”. Il buonsenso è nemico della scandalosa
misericordia di Gesù.
Misericordia
scomoda
Sì, scandalosa
misericordia. Imbarazzante. Chissà con che sentimenti il moribondo si è fatto
aiutare da un samaritano. I samaritani erano al tempo i nemici per eccellenza.
Per i giudei l’unico “samaritano buono” era il samaritano morto. Questioni
tribali, che non sono estranee a noi italiani. Il tribalismo infatti non è una
piaga africana o del sud del mondo. È un sistema di pensare e di agire che abbiamo
tutti, con l’unica differenza che in Europa lo chiamiamo in modo diverso:
regionalismo, razzismo, orgoglio patrio, maschilismo (e anche un certo
femminismo), ecc.
Ma il samaritano
se ne infischia delle regole dell’etichetta. I dettami del buonsenso li lascia
andare e le giustificazioni del suo dovere (avrà avuto anche lui un lavoro da
fare, o vogliamo davvero sempre pensare che gli altri – i diversi – son sempre
in giro a far niente?) non le ha neppure prese in considerazione. Di fronte ha
un uomo moribondo, un sofferente. Questo è quello che conta. Il resto viene
dopo. Il samaritano si lascia sprogrammare perchè ha gli occhi aperti.
Mi piace pensare
che fosse una persona semplice, molto probabilmente analfabeta. Perchè gli
educati e gli elaborati hanno sempre mille modi di tirar fuori scuse per la
loro indifferenza. Invece i semplici rispondono ai problemi in modo semplice.
Vedono uno in difficoltà e lo aiutano. Non fanno clamore, non scrivono
riflessioni sui giornali, non alzano la voce in modo isterico urlando
all’ingiustizia sociale. O almeno, non dopo aver risposto al problema che giace
alla loro porta.
In un mondo in
cui tutto ci dice che possiamo amare solo ciò che conosciamo – ovvero, prima ti
denudi di fronte a me e poi ti concedo il mio facebookiano “Mi piace”, questo
strano personaggio di Samaria (che poi altri non è che Cristo) ci mostra la
verità delle parole di s. Agostino: “conosci solo ciò che ami”. Prima fai il
passo di amare, di servire, di lasciarti compromettere, e poi arriverai a
conoscere, a capire. Se invece decidi di vivere nel freddo castello del tuo
buonsenso, dei tuoi doveri e della tua reputazione, sappi che quel castello si
rimpicciolerà fino a diventare la tua tomba.
Ho letto da
qualche parte tre versi di William Blake:
Ho cercato la mia anima, ma non si è
lasciata vedere
ho cercato il mio Dio, ma lui è misterioso
ho cercato il
mio prossimo, e ho trovato tutti e tre
Chissà che la parabola del buon
samaritano non ci insegni a lasciarci sprogrammare, ad uscire dal nostro guscio.
Allora sarà Pasqua di Resurrezione per tutti noi.
Auguri!
Wednesday, 23 March 2016
Pasqua: vittoria contro la paura
Proprio mentre questa settimana
santa è ormai arrivata, siamo stati tutti scossi da un’altra tragedia di
violenza. Ne capitano tutti i giorni, ma quelle che accadono a Parigi o a
Bruxelles sembrano colpirci di più. Per altre tragedie i media hanno scelto per
noi che non ci interessano: le quattro suore di Madre Teresa uccise in Yemen
qualche settimana fa, a sangue freddo, sembrano non aver scosso le anime come
la barbarie di Bruxelles. E le morti della violenza in Sudan e Sud Sudan
sembrano non avere il peso dei morti della Siria. E così via...
Forse ci stiamo
abituando a diventare dei burattini della paura. Ci emozioniamo e ci indignamo
quando ci viene detto di farlo, ma altrimenti viviamo la nostra vita: “Vivi e
lascia... morire”.
La morte di Gesù
duemila anni fa dev’essere stata grossomodo come una delle tante morti che si
potevano ignorare. Un carpentiere di Galilea crocifisso alla vigilia di una
festa nazionale... Se ci fossero stati i giornali, non so credo avrebbe fatto
la prima pagina. Forse a Gerusalemme, ma non oltre.
C’è qualcosa di
diabolicamete inquietante nell’orrore che ci viene detto di provare. Non per la
rabbia e l’indignazione contro i carnefici, e per l’amarezza per i morti. Questi
sono sentimenti umani e guai se ce ne liberassimo. Ma quello che personalmente
mi disturba è che queste tragedie – o meglio alcune di queste tragedie, le
tragedie scelte – vengano usate per farci vivere nella paura. E la paura è un’arma
potente, pericolossissima. Uno che ha paura non ragiona: reagisce d’istinto.
La paura è
generata dalla morte, e a sua volta genera morte. Per paura i capi del tempio
hanno fatto crucifiggere il Nazareno. Per paura Pilato si è lasciato forzare la
mano e ha acconsentito alla condanna. Per paura i discepoli hanno tradito il maestro
che amavano, per cui avevano lasciato tutti, con cui avevano appena cenato la
cena delle cene e da cui si erano lasciati servire e lavare i piedi.
Paura. Se riesci
a incutere paura in una persona, puoi costringerla a qualsiasi cosa. E lo
stesso vale per i popoli. Paura e ignoranza, e intanto il mondo diventa una
piramide sempre più stretta che cerca di elevarsi sempre più alta, una torre di
Babele destinata ad una fine dolorosa. Per tutti.
Il mio augurio è
che non ci lasciamo vincere dalla paura. Che non permettiamo a nessuno di
ragionare al posto nostro, o di dirci cosa dobbiamo desiderare. Che non ci
trasformiamo in burattini della paura. Perchè allora sì che saremmo morti,
Pinocchi al contrario, che da umani si son lasciati trasformare in disumani.
Che questa Pasqua
invece sia un tempo in cui ci aggrappiamo al Vivente. Al Dio che vive e che fa
vivere tutte le cose. Allo Spirito vivificatore. Che l’alba della risurrezione
vinca nel buio che sentiamo nel cuore, nella confusione, nel dolore nella
rabbia.
Che la Pasqua sia
tornare a reclamare la nostra umanità, il nostro essere umani, non
semplicemente massa.
Buona Pasqua a
tutti!
Saturday, 19 March 2016
ignoranti senza vergogna
(domenica delle palme)
Vero. Non lo sapevano allora i nostri padri, e non lo sappiamo neppure oggi, dopo 2000 anni.
E non lo vogliamo imparare
Se ancora, con cinismo indifferenza calcolo interesse
crocifiggiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Non sappiamo, e non vogliamo imparare
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