Monday, 18 June 2012

Come? Egli stesso non lo sa

«Così è il regno di Dio: come un uomo che abbia gettato il seme in terra, e poi dorme e veglia, di notte e di giorno, mentre il seme germina e si sviluppa, senza che egli sappia come. La terra da sé produce prima l'erba, poi la spiga e poi nella spiga il grano pieno. Quando, infine, il frutto lo permette, subito si mette mano alla falce, poiché è giunta la mietitura».
Alla fine del capitolo più “agricolo” di Marco troviamo questa bellissima parabola. Gesù ci parla del Regno. Il Regno non è un ordine sociale, né un modo di vivere… anzi, è tutto questo, ma è molto di più. Forse il Regno è il volto dell’uomo nuovo, e allo stesso tempo il volto di Dio… del resto i due si assomigliano da essere l’uno l’immagine dell’altro, come diceva la Genesi.
 

Caro fratello, cara sorella,
mi trovo ad un momento davvero unico del mio cammino. Non tanto ad un arrivo, quanto ad una tappa. Credo si tratti di uno scollinamento, l’arrivo al gran premio della montagna, se mi permetti il linguaggio da Tour de France…
Dopo anni di cammino e di discernimento, la Chiesa mi ha voluto fare un gran bel regalo: mi ha “ordinato” prete. Cosa significa? Bèh, la risposta completa spero di dartela dopo qualche decennio di ministero; per ora, ci dobbiamo accontentare di qualche pennellata grossa, che fa sì e no da sfondo. Cosa sia il dipinto che ne verrà fuori te lo dirò un’altra volta.
In due parole, la Chiesa mi ha fatto dono di un nuovo nome. Non sto parlando del titolo di “padre” che dal 3 giugno accompagna il mio nome “Diego”… anche perché – fra noi – mi sembra che sia proprio un titolo in più, visto che il Maestro ci ha detto di non chiamare nessuno “padre”…
Il nome che mi è stato dato è un nome non pronunciato. Nella celebrazione del rito di ordinazione, tutto quello che si chiede allo Spirito Santo è di dare “la dignità del sacerdozio”. Trovo queste parole un po’ vaghe, ma devo dire che nel loro essere indefinite sta la loro forza. La Chiesa sceglie di dare ad alcuni il compito di spezzare il pane e di distribuire il vino che sono fatti il corpo e il sangue di Gesù. Solo al prete è dato di ripetere le parole “questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”. Compito e responsabilità, perché per cantare il mistero dell’eucaristia bisogna allenare i polmoni dello spirito, e questo richiede un esercizio quotidiano.
Molti in questi giorni mi chiedono perché e come. Ad entrambe non sento di aver risposte da manuale. Forse è proprio questa bella parabola del vangelo che mi suggerisce la risposta: “senza che egli sappia come”.
La vita dello spirito non è come quella animale, che cresce fino ad un certo punto e poi si ferma, ma come quella vegetale: o cresce o muore. Fermarsi è morire.
Così il cammino vocazionale che mi ha portato al sacerdozio è stato il mistero di una scelta fatta quando ero molto giovane. Avevo 18 anni quando sono entrato nel postulato dei Missionari Comboniani. Sì, ero molto giovane. Troppo giovane per sapere cosa mi attendeva – ma del resto si è mai cresciuti abbastanza per poter conoscere i tornanti che ci attendono? Credo che quello fosse il tempo dello stelo, del verde, dell’entusiasmo.
Il cammino mi ha portato a confrontarmi con realtà diverse, a battere il naso contro la mia piccolezza, contro il dolore, e contro la fame e sete di senso nella quale milioni di fratelli e sorelle attendono l’alba del Regno. Sorrisi, risate sguaiate, lacrime e sospiri. Tutto compreso nel pacchetto. Ma che bello!!
Ora sono alla tappa della spiga. La Chiesa mi ha detto che sono spiga. Attendo che il chicco pieno cresca nella mia spiga. Non so cosa mi attende, non so che sapore avrà la spiga, non so quando verrà la mietitura, e come sarà. Ma l’attesa è gustosissima!
Caro fratello, cara sorella, che ti trovi in cammino. Ti auguro di trovare la pace e il coraggio per buttarti. Lo stelo fa il suo cammino in salita nelle mattine fredde della primavera. Non aver paura. Non scoraggiarti se ti senti solo. Godi della fatica, che poi un giorno la guarderai dall’alto della spiga, piena di chicchi. Vedrai che tutto avrà un sapore diverso, anche il fiato pesante degli inizi.

Wednesday, 4 April 2012

Il Leone e l’Agnello


Carissimi amici e amiche!

Un abbraccio dal Cairo!! Eccoci a celebrare ancora una volta l’enorme mistero della Settimana Santa, il mistero di un Dio-uomo che accetta di morire per noi, per ognuno di noi, senza che lo meritiamo, e senza che glielo chiediamo.
La lettura della Passione mi commuove. Gli evangelisti abbondano di dettagli, e ad ogni pennellata sembra di cogliere un messaggio. Come se ogni pennellata portasse il peso di una lacrima, pregna di storia, di dolore, ma anche di speranza.
Con la fantasia mi siedo a fianco di Pilato. E lo guardo nel suo volto stupito. Si stupisce – Pilato – del fatto che questo anonimo galileo non abbia niente da dire in sua difesa.
Credo noi tutti ci dovremmo stupire, insieme con Pilato. Ci dovremmo stupire della mansuetudine di Gesù, che accetta di essere messo a morte nonostante la sua consapevolezza – profonda! – non solo “di avere ragione”… ma di essere il Volto di Dio!!
Lo stupore di Pilato è lo stupore di Giovanni, nel capitolo 5 dell’Apocalisse. Gli viene detto “non piangere: ecco ha trionfato il Leone di Giuda”. Credo non stia nella pelle dall’emozione, e comincia a guardare per vedere se può cogliere l’immagine di questo formidabile Re dei re e Signore dei Signori. Ed indovina cosa? Gli appare di fronte un agnello. Peggio: un agnello sgozzato. Ok, è vivo… ma non è certo quello che Giovanni si aspettava!
La vittoria di Cristo non sta nella vendetta, ma nella vita. Vince perché è vivo, è vivente e vivificatore. Non perché è vendicativo. Accetta di portare tutto il peso della sconfitta, pur di invitare al suo banchetto tutti quelli che si son fatti beffe di lui (compresi quei suoi discepoli che fino all’ultima cena hanno continuato a chiedersi chi fra di loro fosse il più grande – come dice Luca 22).
La scelta di Gesù è difficile. È molto difficile. Lasciarsi prendere in giro, umiliare, maltrattare, uccidere. E non battere ciglio. Lasciare che la storia prenda il suo corso, che secoli di ignoranza e oceani di stupidità si facciano avanti. E non demordere. Sapere di aver ragione, ma permettere che chi ha torto continui ad infangarci e a maltrattarci. E resistere. Altro che “chi la dura la vince”. La stoffa di Gesù è al di là delle nostre categorie.
Seduto a fianco del Pilato stupito, guardo anch’io la faccia di questo Galileo. Nei suoi occhi c’è abbastanza speranza per il mondo intero. Ma quanto è dura seguirlo! Il buonsenso mi dice di lasciar stare. Che faccio?

Buona Pasqua a tutti!

Monday, 16 January 2012

lettera di p Cristian Carlassare

Il Signore ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio Gesù.
SAN PAOLO IN ROMANI 8,29


Juba, 15 Gennaio 2012

Carissimi amici

Da pochi giorni sono arrivato a Juba per alcuni incontri. Sono contento dunque di riprendere i contatti con tutti voi. La mia vita missionaria prosegue bene con tante gioie e sfide che vengono dal Signore e ci fanno camminare nella fede e nella carità vera. Durante l’anno scorso la comunità comboniana di Fangak ha vissuto dei grossi cambiamenti: padre Wellington è stato chiamato per un servizio in Brasile e fratel Raniero è partito per l’Italia. Padre Antonio continua la sua presenza missionaria contemplativa ad Ayod, a circa 100 Km di distanza da Fangak. E io mi trovo a Fangak pronto ad accogliere i nuovi confratelli che verranno a formare la nuova comunità. È notizia fresca che padre Gregor, un comboniano trentottenne di Berlino sarà con me a Fangak da Febbraio. Oltre a lui ci è stato affidato un seminarista perchè lo accompagniamo negli ultimi due anni di esperienza pastorale prima dell’ordinazione sacerdotale. Sono contento e sereno ma anche cosciente della grossa responsabilità che mi viene data nel dare forma alla nuova comunità.
Il 2011 è stato un anno molto intenso sia nelle attività della parrocchia che nella vita civile della nostra nazione. Il 9 Luglio c’è stata la proclamazione dell’Indipendenza del Sud Sudan. Il Sud Sudan è diventato una nazione dopo tanti anni di conflitto marcati da passi in avanti ma anche clamorose sconfitte, tradimenti, disaccordi e divisioni. L’indipendenza è stata dunque una grande conquista di civiltà, tappa raggiunta grazie all’accordo di pace firmato il 9 Gennaio del 2005.
Abbiamo organizzato una serie di iniziative alle quali la popolazione ha partecipato con grande convinzione. Abbiamo dato inizio alle celebrazioni proponendo la pulizia di Fangak per stimolare la gente a prendersi cura del proprio paese. Poi abbiamo celebrato la messa di mezzanotte cominciando la celebrazione intorno alla bandiera cantando l’inno della nuova nazione. E’ stato come se celebrassimo il Natale con la nascita del Bambino Sud Sudan. Al mattino del 10 Luglio la gente è venuta per un altro momento di preghiera dove abbiamo piantato tre manghi a simboleggiare il motto del Sud Sudan: Giustizia, libertà e prosperità. Ciascun mango ha preso il nome in Nuer di uno di questi tre ideali che vanno a fondare il nuovo paese: Cuong, Bang e Riang. Nella predica ho insistito sul fatto che i tre manghi per crescere hanno bisogno di cure: lavorare il terreno circostante, dare acqua e protezione dagli animali (vacche e capre); così anche il Sud Sudan ha bisogno di cittadini responsabili e autorità oneste e saggie. Per sigillare il momento è stato sgozzato un toretto secondo l’usanza Nuer, che sarebbe poi anche servito per il momento di convivialità del pomeriggio.
Nel pomeriggio abbiamo invitato le autorità locali, le due chiese presbiteriana ed evangelica, insegnanti e studenti, operatori sanitari e mercanti per un momento di condivisione non solo del cibo ma anche della memoria del passato. Abbiamo chiesto ad anziani ed adulti di raccontare alcuni avvenimenti significativi accaduti a Fangak. Alcuni interventi sono stati più azzeccati di altri, ma tutto sommato è stato un momento di riflessione e di crescita per tutti specie i giovani. E’ stato bello vedere come nei ricordi della gente padre Antonio era spesso presente accanto a loro anche nei momenti di paura e di pericolo.
Qualche giorno dopo la nostra celebrazione, ho sentito che il Consiglio dei ministri del governo ha indicato una serie di date significative che devono rimanere nella memoria dei Sudsudanesi. Per mia sorpresa queste date parlano di 191 anni di lotta per la libertà (1820-2011). Il governo ha voluto evidenziare che questa conquista viene da lontano, non solo dagli ultimi anni di guerra. Le tribù del Sud Sudan hanno dovuto prima di tutto lottare per sopravvivere e difendersi dallo schiavismo perpetrato dal Nord. Anche se lo schiavismo era stato proibito sulla carta era ancora praticato in Africa. Quando Daniele Comboni arrivò in Sudan si scontrò con questa realtà e cercò di improntare il proprio servizio apostolico con l’intento anche di rompere con questo meccanismo opprimente. Poi, le tribù del Sud hanno dovuto resistere al colonialismo dei bianchi imposto con la collaborazione di Turchi ed Egiziani. I Nuer sono passati alla storia per la loro recidività nell’accettare un governo straniero. Generalmente hanno assunto un atteggiamento di indifferenza verso le proposte delle autorità britanniche non accettando nessuna forma di sviluppo, scuola compresa. Ma in alcuni casi hanno organizzato ostruzionismo, sabotaggi e anche combattimenti. Rimane nella memoria di tutti l’uccisione da parte degli inglesi del condottiero Guek, figlio del profeta Ngundeng. È stato ucciso quasi per rappresaglia per spaventare e sottomettere i Nuer. Di questo periodo il governo ha voluto sottolineare alcune decisioni arbitrarie dell’amministrazione coloniale. Inizialmente il governo britannico aveva riconosciuto una certa diversità fra Nord e Sud tanto da impostare una amministrazione che avrebbe portato a una separazione. Inizialemente Sud Sudan e Nord Uganda erano sotto la stessa amministrazione. Ma avvicinandosi il tempo della fine del colonialismo, il governo britannico decise di unire il Sud Sudan al Nord. Alle richieste del Sud di un federalismo fece orecchie da mercante. Il Sudan arrivò all’indipendenza dal governo britannico nel Gennaio del 1956 con al Sud un ammutinamento cominciato nell’Agosto del 1955 che avrebbe dato vita alla prima guerra civile del Sudan chiamata Anyanya One. L’accordo di pace firmato ad Addis Abeba nel 1972 diede al Sudan un tempo di riposo, prima di ripartire con la seconda guerra civile che va dal 1983 al 2005. Due guerre civili che hanno interessato due generazioni se non tre, causato più di due milioni di morti e condannato la popolazione ad abbandonare le proprie terre e sfollare nei campi di rifugiati. Occorre anche essere onesti nel dire che il conflitto si è protratto così a lungo anche per le inimicizie e le divisioni tra le guide del Sud, cercando di perseguire gli interessi della propria tribù prima che del Sud Sudan. Questa sarà anche la grande sfida del Sud Sudan oggi. Quello che diceva Cavour per l’Italia vale anche per il Sud Sudan. Fatta la nazione occorre ora unire i Sudsudanesi come unico popolo, costellazione di diverse tribù ‘sorelle’. Lo slogan che la Conferenza Episcopale Sudanese ha scelto per l’occasione è proprio: Una nazione da ogni tribù, lingua e popolo.

A Settembre abbiamo avuto le consuete quattro settimane di corso per i catechisti e le guide della parrocchia. Quest’anno abbiamo dato ampio spazio all’educazione civica.
Abbiamo condiviso a proposito del Sud Sudan. soprattutto la storia che ha preceduto la nascita di questo paese africano. Un paese appena nato ma con molte aspettative. Se si è voltata pagina con il passato ora si vuole uno stato democratico, ma non a parole ma nella prassi. Durante la condivisione i catechisti hanno espresso tutta la loro frustrazione nel vedere quanto il governo locale sia incapace a rispondere ai bisogni della gente: i servizi fondamentali non sono offerti soddisfacentemente. Non sembra che la ragione di tanta lentezza sia la mancanza di fondi, ma la cattiva gestione di essi. Ci sono delle regioni del Sud Sudan dove lo sviluppo è evidente. È importante per la gente vedere questi segni di progresso perchè ha bisogno di guardare al futuro con ottimismo.
Nonostante tante ragioni per essere pessimisti, i catechisti di Fangak hanno condiviso tanta speranza in un futuro migliore. Stanno riponendo molte speranze nei giovani di Fangak che hanno avuto la possibilità di frequentare l’università e che ora sono all’estero o nelle grandi città. Quando loro saranno di ritorno saranno in grado di affrontare tutte queste problematiche con competenza. Sono rimasto molto ammirato dei catechisti che, nonostante non siano mai stati a scuola, hanno saputo identificare alcuni punti deboli della loro amministrazione. Hanno notato che il ‘commissioner’ (questore) è nominato dal governatore dello stato senza consultare la popolazione. Per questo accusano il presente commissioner di non rappresentare i propri cittadini, ma di curare solo gli interessi del governatore. Ovviamente il governatore si sceglie quelli che fanno parte della sua fazione e vuole l’appoggio di tutti i commissioner delle varie provincie. A lui conta che tutto sia in ordine e di poter mantenere il potere. Poi il commissioner, quando riceve il proprio salario e i vari soldi da destinare ai vari servizi, è molto bravo a far quadrare i conti e mostrare che tutto va bene. I cittadini si potrebbero servire dei capi locali incaricati dei villaggi per portare le loro istanze davanti al commissioner. Ma questi capi locali risultano non essere istruiti e, per di più, scelti tutti fra le fila dei sostenitori dell’SPLM. Questi semplici sono i primi a non essere in grado di alzare la voce contro l’autorità che dà loro da mangiare. Abbiamo concluso la condivisione con la domanda: cosa possiamo fare come chiesa in favore di una maggiore coscienza politica dei cittadini? I catechisti hanno suggerito cautela e tempo al tempo. Bisogna tenere presente che il governo è comunque ancora di tipo autoritario e militare: c’è bisogno di un lungo cammino perchè i valori democratici entrino a tutti i livelli.

Ad Ottobre abbiamo avuto la festa di Comboni celebrato da tutti i sudanesi come il padre della chiesa in Sudan. Abbiamo avuto il solito incontro dei giovani con tante attività. Quest’anno la celebrazione è diventata una festa ecumenica perchè anche i giovani delle altre chiese presbiteriana ed evangelica hanno voluto parteciparvi. È stato sorprendende e bello vedere quanto Comboni abbia la forza di unire tutti anche se appartenenti a chiese diverse.

A fine Ottobre sono stato impegnato nella costruzione della chiesa di Dhoreak. Questo era uno dei tanti lavori di fratel Raniero ma dopo la sua partenza ho dovuto prenderne la direzione. Ovviamente io non sono un lavoratore di esperienza come lui, ma con un pò di buon senso ho cercato di aiutare i cristiani a costruirsi la loro cappella tirandola su decentemente dritta. È stata per me una esperienza tutta nuova, dove al lavoro pastorale ho dovuto anche inserire il lavoro manuale. E devo dire che vi ho trovato anche tanta soddisfazione, perchè il lavoro è stato anche una occasione per fare pastorale. Lavoravamo tutta la mattinata. Quando il sole si faceva insopportabile ci ritiravamo sotto la pianta e di lì a poco arrivavano in raccolta i ragazzi per un pò di insegnamento che concludevamo con la messa. Dopo la messa ritornavamo al lavoro per gli ultimi ritocchi della giornata. Costruire la ‘chiesa di mattoni’ ci ha mostrato anche come costruire la ‘chiesa di persone’ collaborando tutti insieme per realizzare un progetto comune. La costruzione della chiesa ha sicuramente unito la comunità che in passato mi ha dato così tanti problemi e ora invece sembra diventare mia consolazione.

Da Novembre a Dicembre sono stato impegnato nelle visite ai centri e alle cappelle fuori Fangak. Quest’anno ho avuto la gioia di unire Stephen Ruot e Rebecca Nyatapa in matrimonio. È la prima coppia di sposi che ricevono il sacramento del matrimonio nei miei sei anni di lavoro nella parrocchia di Fangak. Avevano già completato il matrimonio tradizionale Nuer almeno quattro anni fa quando Stephen Ruot ha consegnato la dote al padre: ben 30 vacche. Oggi hanno già due bambini: Ecclesia CiengKuoth e Antonio Nyiduot. La loro relazione è stata abbastanza buona fin dall’inizio anche se hanno dovuto affrontare alcuni problemi abbastanza complessi e che, in alcuni momenti, hanno provocato qualche dubbio in Rebecca.
Stephen Ruot è un uomo di trentacinque anni. Undici anni fa era successo che suo zio era morto improvvisamente. Lo zio aveva varie mogli, fra cui anche Elizabeth Nyadak, una giovane ragazza ventiquattrenne che aveva già dato alla luce quattro figli. Iniziò una relazione fra Stephen ed Elizabeth approvata dalla gente del villaggio perchè lui desse ancora figli allo zio defunto. Ed è così che nacquero Samuel Gai e Teresa Nyantut. Quando io sono arrivato a Fangak ho incontrato anche Stephen ed Elizabeth e pensavo che questa fosse la loro famiglia. Ma ho poi scoperto che Elizabeth era vedova e che i figli non sono di chi li genera ma di chi ha dato la dote. Non c’era verso per Stephen di poter sposare Elizabeth perchè era moglie di un altro. C’è un proverbio Nuer che dice che se anche l’uomo viene sepolto è ancora il marito di sua moglie.
Quattro anni fa Stephen ha deciso quindi di pensare al proprio matrimonio e ha preso in moglie Rebecca. Nella sua fede ha deciso di lasciare Elizabeth per donarsi totalmente alla sua unica moglie. Ma era anche tenuto a continuare ad aiutarla economicamente. Rebecca purtroppo è sempre stata gelosa di questo e ha messo più volte in dubbio che Stephen abbia veramente lasciato Elizabeth. Avevamo finalmente fissato il loro matrimonio per il 18 Settembre, ma all’ultimo momento Rebecca disse di non sentirsi pronta. Arrivato il 24 Novembre nel loro villaggio Rebecca stessa è venuta a parlarmi a proposito del matrimonio. Abbiamo chiamato tutti gli interessati e abbiamo avuto un lungo incontro con tutti gli animatori del centro. Alla fine siamo arrivati alla conclusione di celebrare il matrimonio il 27 del mese, quando abbiamo visto che tutti gli ostacoli erano stati superati.
Durante la celebrazione c’è stata una grande partecipazione della gente e hanno vissuto il matrimonio come un momento sacro dove si invoca la grazia di Dio a benedire l’unione di Stephen e Rebecca. È stato molto commovente alla fine della messa ascoltare le parole di Elizabeth Nyadak. “Voi tutti sapete di quello che c’è stato tra me e Stephen. Non eravamo marito e moglie ma lui ha dato due altri figli a mio marito defunto. Lo ringrazio per quello che ha fatto e per il tempo che abbiamo vissuto insieme. Ma ora è arrivato il tempo per lui di avere sua moglie e di avere la sua famiglia. Io lo lascio libero da ogni dovere verso di me; che lui abbia la sua famiglia e se ne prenda cura, io ho la mia famiglia e i miei figli”.

Sono rientrato a Fangak il 18 Dicembre e il 19 è arrivata notizia che il comandante ribelle George Athor è stato ucciso. La versione ufficiale è che sia stato ucciso dall’SPLA in una località vicino al confine con l’Uganda. Si è detto che si trovava da quelle parti tentando di reclutare nel suo movimento ribelle anche giovani della regione dell’Equatoria. La gente ha accolto la notizia con grande maturità. “Athor era una grossa pietra d’inciampo per la pace e l’unità del Sud Sudan” molti mi hanno detto, “ma uccidere non è mai una soluzione. Morto lui i problemi rimangono. La sfida sarà invece come affrontare e risolvere i problemi”. Questa risposta mi ha sorpreso positivamente: io mi aspettavo che la gente celebrasse l’evento senza tanta riflessione.
Nei giorni precedenti il Natale abbiamo sentito di scontri fra i Nuer Lou e i Murle. Ad Aprile avevo avuto occasione di visitare i cristiani e i centri nella terra dei Lou e anche in quei giorni c’erano già varie tensioni fra i due gruppi. Verso metà anno, successivamente alla mia visista, c’è stato un ‘massacro’ perpetrato dai Murle alle spese dei Lou nella zona di Pieri verso metà anno. I Murle erano arrivati per rubare vacche, ma poi hanno ucciso molta gente e bruciato alcuni villaggi; è tipico anche dei Murle rapire bambini e crescerli come propri. Tanta violenza ha fatto nascere un grosso risentimento. Non sarà facile rimarginare le ferite: con la cultura della vendetta se ne aprono continuamente di nuove. Chiedo la vostra preghiera per questa mia gente. Sono certo che la Parola di Gesù possa insegnare alla gente a vivere in pace, lavorare per la giustizia e ad essere capaci di perdono.

Il 24 Dicembre i ragazzi hanno preparato il presepio. Hanno preparato tutte le statuine con la creta e poi le capanne di Betlemme. In verità le stalle erano molto più numerose delle capanne ed erano disposte in fila. Ad ogni stalla c’era una famiglia. E ogni famiglia aveva il proprio neonato proprio come Maria e Giuseppe avevano il proprio Gesù. Nella mia curiosità ho cercato di capire quale fosse la sacra famiglia, ma non riuscendo ad indentificare nessuna differenza fra una famiglia e l’altra ho chiesto loro che me lo indicassero. In realtà anche loro non avevano le idee chiare. Ogni famiglia era la sacra famiglia, tutti i bambini erano per loro Gesù. Quest’anno i ragazzi hanno inserito anche la presenza di Erode con il suo palazzo costruito con muri di mattoni e tetto in lamiere zincate. Se le famiglie del villaggio avevano molte vacche, capre e animali domestici; Erode aveva intorno animali feroci come la iena o il leone. C’erano anche i tre re magi in cammino verso Betlemme. Erode era alle loro spalle mentre Gesù presente in ogni bambino che li attendeva ancora un pò più avanti.
Nei giorni di Natale mi è capitata tra le mani questa preghiera di Sant’Agostino. Ve la mando con i miei più cari auguri di Buon Natale perchè questo appena passato sia come quello dei re magi: un Natale in cammino dove abbiamo lasciato tutto il male alle nostre spalle e ci dirigiamo a passo spedito verso il Signore della nostra vita.

Dio vuole che noi cantiamo alleluia
e lo cantiamo nella verità del cuore,
con la bocca e con la vita;
questo è l’alleluia gradito al Signore.
Oh felice alleluia del cielo!
Qui cantiamo alleluia,
ma lo cantiamo nell’affanno e nel travaglio,
lassù lo canteremo nella pace!
Qui lo cantiamo nella tentazione, nei pericoli,
nella lotta e nell’angoscia,
lassù lo canteremo nella sicurezza
e nella comunione vera.
Oh felice alleluia del cielo!
Canta come cantavano i viandanti:
canta e cammina!
Se cammini avanza nel bene,
avanza nella fede retta, avanza nella vita pura.
Senza smarrirti, senza indietreggiare,
senza fermarti. Canta e cammina!
SANT’AGOSTINO


Un forte abbraccio,
vostro padre Christian

Thursday, 12 January 2012

forza bruta o forza bella?

Da meno di u mese insegno inglese nella prima e nella seconda classe della nostra Secondary school qui a Sakakini. L’altro giorno stavamo facendo un esercizio di vocabolario. Per ogni professione (muratore, studente, dottore, etc…) gli studenti dovevano fare una lista di attrezzi o cose che quel tipo di persona usa. Arrivati alla parola “insegnante”, se ne sono usciti con “penna rossa, lavagna, BACCHETTA”. La cosa mi ha impressionato.
È quantomeno vergognoso che nel XXI secolo ancora si picchino i minori. Che si usino le bacchette a scuola, proprio è una cosa che non mi va giù.
Vedo alcuni miei colleghi insegnanti girare per la scuola con la bacchette (con il direttore, però, stiamo lavorando perché questa cosa finisca). Ma mi chiedo: che autorità è quella di chi si impone con la forza della violenza, ma non riesce a trascinare con la forza dell’esempio? Infatti spesso e volentieri quegli stessi insegnanti che menano e fanno i duri sono gli stessi che non si preparano le lezioni e che non correggono i compiti per casa. Quale disciplina insegnano agli studenti? Non solo sono più temuti che amati (per via delle loro bacchette), ma sono disprezzati per il loro non essere impegnati. Altro che educazione: stiamo rovinando una generazione!
Sono troppo romantico se credo che un buon insegnante sia uno che trasmette passione per la conoscenza e per il lavoro assiduo? Sono troppo naive se credo che gli alunni devono vedere nell’insegnante un modello? Sono un sognatore ad occhi aperti se penso che quello che fece don Lorenzo Milani può essere ripetuto?

Saturday, 24 December 2011

il popolo nelle tenebre vide una gran luce

Il Salvatore del mondo bussa alla porta del nostro cuore anche quest’anno nella festa del Natale. Il nostro Dio è sceso dall’Olimpo dove lo tenevamo in gabbia, ed è venuto a scomodarci, a svegliarci dal nostro torpore.
Come i pastori in quella notte di Betlemme, anche noi siamo seduti al buio, senza sapere quando tornerà l’aurora, e senza sapere cosa sono gli echi che sentiamo nella notte. La paura che abita i nostri cuori non conosce latitudine: in Egitto come in Italia, nel cuore del Sudan come nel cuore di ogni terra dove vivono figli e figlie di Adamo, le paure e le domande si rincorrono, fastidiose.
Le parole di Isaia che leggiamo durante la veglia natalizia mi fanno sempre una grande impressione:
Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. … Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato…Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace…
Quanta speranza in queste parole, quanta luce. Speranza in una storia che cambia, non per le rivoluzioni degli uomini (che, si sa, oggi fanno una rivoluzione, e domani accolgono una nuova dittatura…), ma per la presenza di Dio, un Dio così potente da non avere paura della notte. Un Dio che si fa carne, si fa uomo, si fa bambino, si fa servo. E non teme la notte. Quanto coraggio.
Che il nuovo anno che ci viene incontro sia un anno di coraggio e di speranza. Un anno di pace e di gioia. Che ci possiamo levare in piedi, insieme ai pastori di Betlemme, e sentire il canto: “Gloria a Dio in cielo, e in terra pace ai figli della sua Compassione”
Buon Natale a tutti!!

Monday, 5 December 2011

Bellissima… ma le comunità di base?

Appunti veloci sull’esortazione post-sinodale
di Benedetto XVI “Africae Munus”
Africae Munus è l’esortazione che Benedetto XVI ha scritto dopo l’assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi per l’Africa. Ci ha impiegato due anni. Il risultato: una lettera piuttosto lunga (soprattutto per papa Benedetto che ci aveva abituato ad una certa brevità), molto profonda e interessante nella sua prima parte, quella propriamente teologica, ma un po’ al di sotto delle aspettative per quanto riguarda la parte più pastorale.

Un documento che ispira

Il grande pregio di questo documento è la carica di speranza e di incoraggiamento che si sente provenire dal papa. Si rivolge alla Chiesa africana con parole di fiducia. Non si stanca di far riferimento alle enormi potenzialità e ricchezze di questo continente. Da questo punto di vista, prende una certa distanza dal modo comune con cui i media ancora presentano questa terra e la sua gente: l’Africa non è solo guerre, fame, malattie e ignoranza, ma è un mondo ricchissimo di tradizioni e di risorse umane e intellettuali. Sì, l’Africa è afflitta da problemi molto seri, ma la sua dignità di “sale della terra e luce del mondo” la chiama con forza a stare in piedi. Il suo posto nel mondo è quello di un polmone. Immagine molto bella, ispirata – mi sembra – al modo in cui Giovanni Paolo II amava chiamare le Chiese Ortodosse.
La sezione cristologica del primo capitolo, che presenta Cristo come sorgente della riconciliazione, della pace e della giustizia, è molto illuminante. Bellissime le pennellate bibliche che Benedetto usa per dipingere la riconciliazione, la pace e la giustizia. Per quanto riguarda la riconciliazione, fa presente come la dimensione verticale della riconciliazione sia in ultima analisi un tutt’uno con quella orizzontale: riconciliazione con il Padre è riconciliazione con il fratello (Lc 15), e questo ha molto da dire in un continente dove l’odio e la violenza mascherata dalla menzogna dell’etnicità sono di fatto un crimine fratricida. Per quanto riguarda la pace, il pontefice sottolinea come la pace di Cristo sia totalmente altra dalla pace “del mondo” (Gv 14). La pace del Crocifisso è pace che parte dal perdono, non dalla vendetta, perché – lo sappiamo – la vendetta non pone mai fine alla catena dell’odio. Infine, la giustizia è rappresentata dal bellissimo episodio di Zaccheo (Lc 19). Come ha già indicato in quel gioiello che è Caritas in veritate, non c’è giustizia senza solidarietà, e mai come in questo tempo di crisi economica globale c’è bisogno di ripensare un modo nuovo di fare economia. In questo nessuno può negare che Benedetto è profeta.


Linguaggio vecchio… e la grande assente: la comunità di base

È proprio perché la prima parte mi piace così tanto che la seconda parte mi lascia un certo amaro in bocca. Ancora una volta, il linguaggio sa di stantio, di categorie antropologiche e teologiche vecchie che hanno bisogno di aria fresca. Non fraintendetemi: non voglio dire che nell’era della comunicazione il papa dovrebbe usare un linguaggio più “attraente”. La questione della forma rispetto al contenuto non è solo una questione di comunicazione, ma è ha un valore teologico. Questo, se mi permettete la parentesi, è chiaro proprio dal vangelo, quando in più di un episodio il narratore non ci dice “cosa” abbia detto Gesù, ma quello che ci sta attorno. Così è in Luca 5, fra il versetto 3 e il 4 e di nuovo al versetto 17, come anche in 24,27. Non è importante quello che Gesù ci dice, ma il fatto che stia camminando con noi e che ci parli. Se quindi diciamo che “lo stile non è acqua” non stiamo facendo una constatazione mediatica, ma un’affermazione teologica: la forma di quello che diciamo vale almeno tanto quanto il contenuto.
Quindi lascia un certo amaro in bocca il leggere fra le righe che il papa si affidi ancora una volta ad una vecchia, superata concezione di “inculturazione”. Ci sono due presupposti del vecchio modo si pensare l’inculturazione che sono sbagliati, o quantomeno profondamente discutibili. Innanzitutto, l’idea che si possa parlare di “culture” come di realtà statiche e che non si confondono, ci limita a fare del processo di inculturazione un lavoro di laboratorio (se non da museo), mentre fuori – ovvero nel XXI secolo – esiste quel processo devastante che si chiama “globalizzazione”. In un modo in cui ogni anno si perdono 25 lingue indigene, come si può continuare a parlare di “culture” nel vecchio senso del termine? La verità è che le culture non sono realtà, ma dinamiche.
In secondo luogo, il papa (ma con lui il sinodo stesso), cade nell’impressione che l’inculturazione sia un processo conscio. Questa è un’illusione che non riconosce che nelle terre di lunga tradizione cristiana l’inculturazione ha sempre impiegato secoli. Ricordiamoci che l’evangelizzazione dell’Europa l’hanno fatta i benedettini.
Sul piano ecclesiale, è davvero forte il punto di domanda che martella la mente di chi legge una volta che, ancora, si presentano i diversi elementi della Chiesa nel vecchio ordine: i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i diaconi… e i laici son lasciati per ultimi. Non c’è neppure bisogno di dire come questo approccio non rispecchi la traiettoria data dal Concilio Vaticano II. Se la leadership nella Chiesa è una questione di servizio e non di potere, perché abbiamo paura di mettere i vescovi per ultimi?
Ma quello che più pesa è la completa assenza delle comunità di base. Per amor di precisione, l’espressione “piccole comunità cristiane” appare un paio di volte, ma sinceramente sembra sia semplicemente un modo fra i tanti di fare pastorale. Anche qui mi chiedo se siamo nel XXI secolo o se ci siamo rinchiusi in un museo. Fa bene il papa ad invitare ad una rinnovata pastorale biblica, e alla lettura quotidiana della Parola nelle famiglie. Ma come si potrà mai attuare tutto questo se non attraverso le comunità di base? È ora che la Chiesa in Africa faccia un’opzione preferenziale per le comunità di base. Dal punto di vista teologico e pastorale. Altrimenti, il modello della Chiesa come Famiglia, tanto caro al primo sinodo africano, rimarrà lettera morta.




Chiedo scusa se il linguaggio può essere sembrato forte, o addirittura irriverente. In realtà l’esortazione Africae Munus merita molto di più di queste poche righe. È un documento frutto di un lungo lavoro, e dai numerosissimi spunti di riflessione. Ho tralasciato un sacco di dettagli e ho voluto accennare solo le poche cose che mi sembravano più interessanti. Lo scopo di queste poche righe, da parte mia, è solo quello di invitare ad una riflessione.
Apriamo un dibattito sulle comunità di base in Africa?
diegomccj@gmai.com

Thursday, 7 July 2011

Aspettando

Tempo di trepidazione, in Sudan, e per chi se ne sta a guardare dallo spioncino della porta.
Sono al Cairo in attesa del visto per il Sudan, un’attesa che ormai si prolunga da qualche settimana. La mia attesa contribuisce al senso di impotenza e di inutilità che uno prova mentre legge giorno dopo giorno quello che sta succedendo nel Sud Kordofan, una regione esattamente nel cuore del vecchio Sudan, la regione dei Monti Nuba.
Il Sud Sudan si dichiarerà indipendente sabato 9 luglio a mezzogiorno. L’attesa ormai è agli ultimi sgoccioli. È stata un’attesa lunga, e ora l’euforia al Sud si fa sentire. Sarà un grande giorno, un giorno per cui molti si sono battuti e che molti hanno sognato senza mai poter vedere. Ma un giorno che rappresenta un inizio più che una fine. Per il Sud Sudan, per il Nord Sudan, e per chi sta nel mezzo.

Per il Sud Sudan la sfida è quella di costruire un Paese partendo – passatemi l’espressione “da zero”. Con tutto il rispetto per il potenziale umano e sociale del Sud Sudan, rimane pur vero che è un Paese che deve costruire molto. Non solo infrastrutture – un Paese grande come la Francia che ha solo 50 (cinquanta!) km di strade asfaltate ­–, ma anche e soprattutto una classe di leaders e un senso di unità nazionale. Il rischio è quello di dividersi sulla base delle tribù, e che si inneschi la lotta al potere da parte di ognuna.

Il Nord Sudan ovviamente esce dalla vicenda dell’indipendenza del Sud come uno sconfitto. Alla faccia della Lega Araba, il governo di Khartum è accusato di aver perso un terzo del Paese. In realtà il regime ora rischia di perdere anche molto di più. Se non altro, ha già perso molta della sua (poca) popolarità. E se ci aggiungiamo la primavera della democrazia nei vicini Paesi Arabi…

Il Sud Kordofan (Monti Nuba) è la fetta di Sudan che sta in mezzo al Nord e al Sud. Qui oggi si consumano le tragedie più atroci nei Paesi Arabi. Con tutto il rispetto per i morti in Libia e in Siria, ma – si sa – quando a morire sono i neri nessuno in Occidente sembra scomporsi più di tanto. Come è successo in Ruanda e in Darfur, il massimo che l’Occidente si permette di fare è versare lacrime di coccodrillo e gridare al genocidio. Dopo che si è consumato, ovviamente.
C’erano accordi fra il Nord e il Sud per cui il Sud Kordofan avrebbe dovuto fare un referendum locale per decidere se passare con il Sud o rimanere con il Nord. Il referendum, che si doveva fare in marzo-aprile, non è mai stato fatto. Sono invece state fatte le elezioni amministrative, dove – sorpresa! – ha vinto il partito del governo di Khartum. Risultato: il nuovo governatore del Sud Kordofan è Ahmed Haroun, che insieme ad Al-Bashir, è nella lista dei ricercati della Corte Criminale Internazionale dell’Aia per i crimini contro l’umanità perpetrati in Darfur. È come avere un Milosevic che non solo è a piede libero, ma è ancora un pezzo grosso della politica del suo Paese. Cose dell’altro mondo.
Il 6 giugno il Nord ha cominciato un’operazione militare sui Monti Nuba. I bombardamenti si susseguono quasi quotidianamente. I lavoratori di ONG e altre organizzazioni internazionali parlano di pulizia etnica. Praticamente, si sta ripetendo il copione del Darfur: per far fuori 100 ribelli, vengono uccisi migliaia e  migliaia di persone e bruciati i loro villaggi.

Tempo di attesa in Sudan. In entrambi i Sudan.
Attesa dove la speranza si mescola in malo modo con il dolore.
Speranza e paura.

Monday, 9 May 2011

Un'altra chiesa in fiamme, e altri morti... fino a quando?

Rabbia, rabbia, rabbia. Sabato scorso ci sono stati scontri a Imbaba, quartiere popolare (e molto popolato) del Cairo. Il pretesto, come non bastasse la stupidità è la disputa sulla presunta detenzione di una copta che si sarebbe convertita all'Islam. Sui dettagli di come e quando questa si sia convertita, non ce ne sono due che possano dare lo stesso resoconto dei fatti... come sempre le chiacchiere sono innumerevoli, qui in Egitto. Gli animi si scaldano, e scatta lo scontro fra gruppi di Salafiti (movimento fondamentalista musulmano che sta cercando di alzare la voce nello scenario politico dell'Egitto post-Mubarak) e cristiani copti. Una chiesa copta è presa di mira. Fra i cristiani che la difendono c'è anche un cattolico, papà di un nostro seminarista comboniano. Alcuna gente entra nella chiesa con armi, spara, e lui muore. Durante la notte la chiesa è data alle fiamme.
A due giorni dagli eventi, il numero di morti è di almeno 10, ma altri si trovano gravi all'ospedale.
C'è tanta rabbia, e voglia di vendetta. Il Governo dice che userà la mano di piombo, e dice di aver arrestato già 190 persone, ma anche sugli arresti si sentono voci discordanti...
Io capisco, e sono il primo a dire, che la maggioranza dei Musulmani è contraria alla violenza. Ma fino a quando questa stessa maggioranza se ne starà con le mani in tasca, a guardare? Fino a quando si continuerà a dire che l'Islam non ha niente a che fare, che questi sono episodi di piccoli gruppi di minoranza? Se non interviene la maggioranza delle persone di buona volontà, da chi dobbiamo aspettare un aiuto?

Saturday, 23 April 2011

sotto il cielo della Pasqua


Pasqua 2011

La situazione qui stenta a sistemarsi, visto che dietro la calma apparente del post-rivoluzione si nascondono un sacco di problemi irrisolti. Il Paese è in fermento, e diversi gruppi politici vogliono fare di tutto per assicurarsi una vittoria alla prossime elezioni di settembre. Il quadro generale è molto confuso: sappiamo da dove veniamo, ma facciamo fatica a capire dove siamo e – soprattutto – dove stiamo andando. La tensione fra cristiani e musulmani si sente con forza, e a questa si aggiunge un certo conflitto all’interno del mondo musulmano stesso, fra chi crede nel bisogno di una svolta in favore dei diritti umani e chi invece vorrebbe uno stato teocratico (e in mezzo a questi due gruppi si trovano tutte le gradazioni intermedie). L’esercito continua a tenere in mano il potere, e lo fa con il pugno di ferro (speriamo non ci prenda gusto).
In questi giorni celebriamo la Pasqua, il cammino più incredibile che si possa mai intraprendere: quello dalla gloria alla croce, e poi dalla croce ad una gloria più grande, una luce che non possiamo descrivere.
Il cielo delle notti di pasqua è costellato di punti di domanda, che non trovano risposta nel buio… è un cielo freddo, senza nuvole. E i punti di domanda che troviamo nelle pagine del vangelo in questi giorni sono gli stessi interrogativi che ci poniamo tante volte noi, nelle nostre vite fatte di contraddizioni e di continui tentativi, dove raramente incontriamo risposte.
Perché il dolore, se siamo figli dell’Altissimo? Perché se siamo tutti discendenti dallo stesso Padre celeste, c’è chi nasce in un Paese ricco di risorse e chi in un Paese afflitto da ingiustizie e violenza? Perché qui in Egitto, dopo tanto dolore, e l’impegno genuino e onesto di tanti, non torna la pace? Perché chi semina discordia e violenza sembra non essere mai stanco, non morire mai, non essere mai a corto di occasioni?
Perché il Signore non interviene, con la bacchetta magica? No, niente bacchetta magica, il Signore affronta i problemi con un altro tipo di legno, uno strumento molto più pesante e duro: la croce. E la sua risposta alle nostre domande, ancora una volta, è una domanda essa stessa… È davvero misterioso questo cammino. Così misterioso che ci sembra di camminare nel buio, a tentoni… Dalla gloria alla croce, e dal sepolcro alla Gloria…
Difficile da capire, ma ancor più difficile da interpretare. Come per Pietro, che prima non capisce perché il Maestro gli voglia lavare i piedi, e poi, quando capisce, comincia a declamare i suoi buoni propositi. Ma – si sa – di buoni propositi è lastricata la strada che porta alla perdizione. Sarebbe stato meglio parlare meno, rendersi conto dei propri limiti, e chiedere aiuto. Perché alla fin fine l’unica preghiera di cui abbiamo bisogno è quella dei discepoli impauriti: “Signore, salvaci!”. Abbiamo bisogno di abbandonarci con fiducia alle sue mani, visto che da soli non riusciamo a venirne a capo.




Salvaci, Signore, da noi stessi, dalla nostra ipocrisia. Affolliamo la chiesa la notte di Venerdì Santo, ma sotto la tua croce, quel giorno, non ci saremmo fatti trovare. Salvaci, Signore, dalla nostra arroganza. Salvaci dall’indifferenza. Salvaci dal buonsenso. Salvaci dal senso della misura. Salvaci dai compromessi. Perché il cammino che ci offri tu è un cammino molto dolce, ma che ci chiede di ingoiare una medicina molto amara che non vogliamo prendere.

Buona Pasqua a tutti. Buona Pasqua di morte e di Risurrezione.

Sunday, 13 February 2011

Piazza dei Miracoli


La settimana fra il 5 e l’11 febbraio è stata una settimana carica di una stranezza davvero bella. La stranezza di un seme che a fatica si fa strada nella terra e porta un filo di verde a germogliare. La stranezza di quell’ultima goccia che rompe la lastra di marmo.

Dopo il “venerdì della partenza”, il 6 febbraio si celebra il “giorno della solidarietà”. Qui in Egitto la protesta si mette per un giorno in stand-by, mentre a dire il vero è il mondo che fa “stands by”, sta vicino, all’Egitto. Da ogni angolo del mondo egiziani della diaspora e altri uomini e donne scendono in piazza per fare coraggio ai manifestanti dell’Egitto.

Domenica 7 è il “giorno dei martiri”. Si fa memoria di chi ha perso la vita negli scontri con la polizia e nelle due notti di sassaiola in piazza Tahrir. In tarda mattinata anche i Cristiani pregano in piazza Tahrir per pregare, come il venerdì precedente avevano fatto i musulmani. La croce e il corano sono i due simboli di un Egitto che accetta la pluralità di fedi. Il popolo di piazza Tahrir è un popolo che non si spaventa delle diversità. È festa.

C’è chi decide di scendere in piazza Tahrir per celebrare matrimoni, per far festa. Ormai il popolo della piazza non è una massa indistinta di gente, ma un movimento con una sua identità, con un progetto. E da questo nasce qualcosa che, personalmente, non mi aspettavo.

Credevo che alla lunga sarebbe stato il faraone a vincere il braccio di ferro, mentre invece il passare dei giorni fa vedere che il movimento non perde vigore, ma anzi ne guadagna. Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì: lo sciopero generale si fa via via più forte, più convinto. Il ricordo delle sassaiole, degli scontri con la polizia, delle cariche di gente inferocita e armata sembrano cose lontanissime.

Giovedì sembra essere il giorno finale. Viene annunciato che nella sera il presidente farà un discorso. Voci da Aljazeera e dalla CNN dicono che probabilmente si sta dimettendo. Poco prima delle undici, il faraone fa il suo discorso…
Carico di arroganza, peggio ancora di quello che aveva detto una settimana prima. Parla di se stesso come se avesse combattuto lui da solo la guerra del Sinai nel 73. “Abbiamo fatto sempre quello che ritenevamo giusto, e non c’è nessuno che possa venirci a dire cosa fare”. Incredibile.
Quello che è ancora più incredibile, non solo per me, è il miracolo della reazione non violenta della gente. C’è tantissima rabbia nelle piazze quella notte fra giovedì e venerdì, eppure la gente se ne torna a casa. Molti rimangono in piazza Tahrir: non si vogliono fermare ora!!

Venerdì 11 dopo la preghiera di mezzogiorno si riversano sulle strade tantissime persone. Il clima è di festa. In piazza fra le tende si legge “il mio indirizzo è piazza Tahrir, finchè non se ne va”. Io e alcuni miei confratelli andiamo pure in piazza Tahrir. La calca è talmente forte che l’esercito non ce la fa a controllare tutti quelli che entrano, così l’organizzazione della protesta si è auto organizzata per controllare che chi entra non abbia con se coltelli o armi. Tre cordoni di uomini perquisiscono chiunque entri da qualsiasi strada. In piazza ci si muove a stento. Il clima è un mix stranissimo di rabbia e speranza. Difficile dire quanti siamo in piazza, ma a colpo d’occhio mai nei precedenti 17 giorni tanta gente era scesa in strada. Diverse centinaia di migliaia di persone si affollano dentro e attorno piazza Tahrir, mentre un altro fiume di gente si dirige verso il palazzo presidenziale, dove in mattinata l’esercito ha rinforzato la sua cinta di protezione…

La sera alle 5 gli eventi prendono una nuova piega: viene annunciato che il presidente ha lasciato il palazzo e che presto dal palazzo stesso verrà rilasciato un nuovo comunicato. Alle 5.55 Aljazeera fa sapere che il segretario del Partito Nazionale si è dimesso. Alle 6 in punto la tv di Stato interrompe i programmi. Parla il vicepresidente, che in 31 secondi annuncia quello che tutti aspettavano ormai da decenni. Il presidente si è dimesso e ha lasciato in mano al consiglio supremo delle forze armate il controllo del Paese.

La gioia esplode. Tutti in strada a far festa. Quelli, come me e i miei confratelli, che erano appena tornati dalla piazza Tahrir ci ritornano. Molti altri vengono a piedi. È un susseguirsi di canti, grida di gioia. Gente che stringe la mano ai soldati, che hanno permesso che questa settimana non fosse segnata da un assurdo spargimento di sangue. Clacson di auto e moto. Bandiere ovunque. Il Paese intero è fuori a gridare di gioia!!!!!!!!!!!!!!!